Ceramica islamica

La produzione e l’uso di manufatti in ceramica erano pratiche antiche e conosciute da millenni nelle terre conquistate dall’Islam, ma la civiltà islamica apporta un notevole impulso innovatore, sia nella tecnica che nella decorazione, sviluppando uno stile (in parte derivante dalla tradizione assanide e copta) sintetico e fantasiosamente astratto. L’incontro con le preziose porcellane cinesi stimola l’imitazione ma anche la ricerca e la sperimentazione, portando a risultati di grande eccellenza. Gli scavi di Samarra (Iraq) rivelano importanti innovazioni, come la decorazione a smalto vitreo, che imita l’effetto della porcellana, con decorazioni a motivi blu (semplici bordi o iscrizioni) e l’innovativa tecnica della decorazione a lustri metallici: sulla ceramica già cotta viene stesa una soluzione metallica (o inserita una lamina) che con una seconda cottura dà luogo a brillanti riflessi rossi, marroni o verdi. Ma è in Persia che la ceramica raggiunge livelli di eccellenza; in generale le ceramiche persiane hanno una consistenza più vetrosa, e sono plasmate in forme più complesse: piccoli vasi ad alto collo con lieve decorazione incisa, tazze svasate con corpo sottilissimo, vasi cilindrici con lievi scanalature. Nell’Iran nordorientale si afferma l’uso della barbottina, un sottile strato di argilla semiliquida applicato alle superfici per ottenere una base adatta alle decorazioni pittoriche, con due tipologie di decorazione: figure di cavalieri circondate da disegni astratti, e grandi iscrizioni in caratteri cufici (da al-Kufa, antica città dell’Iraq). Molto usata la tecnica dello champlevé (nota anche come Gabri), in cui il fondo o lo smalto sono incisi a formare piccoli rilievi, con motivi decorativi che vanno dalla calligrafia a schemi geometrici astratti fino alla raffigurazione di animali o esseri fantastici, cammelli, elefanti, quadrupedi con teste umane, circondati da delicati girali (foglie d’acanto, tralci di vite);e ancora il disegno a sgraffio, metodi entrambi mutuati dalla lavorazione dei metalli. Tipici della Persia dei Selgiuchidi i recipienti dalle pareti sottili, bucherellate e vetrinate, che ricordano le delicate porcellane cinesi; molto ricercati anche i pezzi impreziositi da applicazioni ad altorilievo.

Nello stesso periodo le città persiane di Rayy e Kashan si distinguono per le ceramiche e le mattonelle decorate a lustro, spesso su un fondo in contrastante colore blu-turchese, con una tecnica già piuttosto diffusa ma qui portata alla perfezione. Le pitture raggiungono un alto grado di raffinatezza nella tecnica layvardina, le cui ceramiche brillano di rosso, bianco e nero, con sfoglie auree applicate su spettacolari fondi in tonalità lapislazzuli; laqabi, tecnica usata di solito per i piatti, modellati in sobrio rilievo e decorati in policromia con vernici di diverso colore cotte contemporaneamente; le originali tipologie minai, dove la pittura è stesa su un’invetriatura bianco-opaca e turchese, con grande ricchezza di colori, smalti e laminati metallici, con un stile di pittura fine e miniaturistica, in cui le figure sono dipinte in ogni dettaglio e si intrecciano eleganti elementi floreali stilizzati. Una parte della produzione compresa fra l’XI e il XIII, quella più raffinata e originale, indirizzata probabilmente a un pubblico ricco e privilegiato, è spesso firmata dai pittori, a testimonianza della fama raggiunta da alcuni di essi. Molto celebre anche la produzione ottomana (ceramica di Iznik), che si sviluppa anche grazie all’imitazione delle porcellane cinesi (considerate vero status symbol), dapprima con copie perfette e poi sempre più libera. Lo stile più antico della ceramica ottomana, fra 1400 e 1500, è detto di Abramo di Kutahya (dal nome inciso sotto una brocchetta del XVI secolo), tipico di alcune lampade da moschea, decorate a fogliami e volute, con brani coranici e invocazioni religiose. Al bianco e blu iniziale si aggiungono nel periodo di maggior splendore di Iznik il turchese (tipico di tutta la ceramica islamica nelle sue infinite smaglianti gradazioni), il verde salvia, il bruno violetto, declinati in meravigliose scale cromatiche su fondo bianco, fino al magnifico e riconoscibilissimo rosso cera lacca o pomodoro; grandi piatti, brocche, boccali, bottiglie, bacini e vasi decorati con grandi boccioli fioriti e lunghe foglie lanceolate, disegnati con grande facilità e naturalezza, ma anche con ornati geometrici e a volte quasi naturalistici. Alla produzione di oggetti la ceramica islamica affianca da sempre quella delle mattonelle invetriate e dei mattoni in grès per i rivestimenti parietali, il cui principale centro di produzione è la città persiana di Kashan. Fasce di iscrizioni coraniche si alternano a mattonelle di colore intenso spesso impreziosite dalla lavorazione a lustro metallico, e a pannelli di formelle disposte a mosaico, con disegni molto originali, o con una pannellatura esagonale in blu e e bianco, cui nell’epoca ottomana si aggiunge il famoso rosso cera lacca. Questo uso monumentale della ceramica influenza anche Bisanzio e, attraverso la Spagna (famosi gli azulejos, mattonelle dal tipico colore azzurro) l’intera Europa. (mb49)

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