…QUALCHE BREVE APPUNTO (La natura morta in Italia)

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NATURA MORTA  …QUALCHE BREVE APPUNTO

La locuzione ” Natura Morta “ è assai recente e risale solo al XIX sec. Prima infatti, si parlava genericamente di quadri di fiori, frutti, cacciagione, oggetti ecc. A nord si preferiscono le espressioni: Natura Silente o Modello Immobile. Le teorie che sarebbero all’origine di questo genere pittorico (e non solo) sono molteplici. C’è chi parla di influsso protestante. Ma, nel complesso, è affermazione un po’ generica, infatti una cosa è la posizione di Lutero riguardo alle immagini e ben altra, per esempio quella di Calvino. Più appropriato ci sembra il collegamento con il concetto di nimesi ( per altro ben più articolato di quanto può apparire a prima vista). E gli specialisti citano, a questo proposito, il famoso brano di Plinio, ( Plinio XXV-66) ove si narra della gara della gara fra i pittori dell’antichità greca Parrasio e Zeusi. “ Si racconta che Parrasio venisse a gara con Zeusi, mentre questi presentò dipinta dell’uva così bene chi gli uccelli si misero a svolazzare sul quadro, quello espose una tenda dipinta con tanto verismo che Zeusi, pieno di orgoglio per il giudizio degli uccelli chiese che tolta la tenda, finalmente fosse mostrato il quadro; dopo essersi accorto dell’errore gli concesse la vittoria con nobile modestia : se egli aveva ingannato gli uccelli, Parrasio aveva ingannato lui stesso, un pittore”. La mentalità contemporanea guarda a questo testo con divertita ironia, senza rendersi conto ch’esso esprime la convinzione, praticamente assoluta per la cultura d’Occidente che: “L’arte è imitazione della natura” Infine c’è chi ricorda lo spirito proto-scientifico che anima una parte importante del Seicento. Se oggi volessimo istituire una graduatoria delle preferenze, non solo antiquariali, per i dipinti antichi, avremmo al primo posto le nature morte e quindi nell’ordine, i paesaggi, le marine con barche, le scene mitologiche (meglio se con qualche bel nudo femminile), i soggetti storici, le battaglie (movimentate si, ma non troppo crudeli) qualche rara Madonna, pochi santi e ultimissimi, i Crocefissi. Ora tutto questo rappresenta un vero e proprio ribaltamento rispetto a quello che avveniva in antico. I soggetti religiosi, mitologici e storici erano al primo posto mentre le nature morte stavano immancabilmente all’ultimo. Cosicché i poveri pittori di fiori erano ben poco apprezzati. Questo però non vuol dire per nulla che la natura morta (soprattutto seicentesca) fosse priva di contenuti. Tutt’altro, diciamo pure che ogni vaso di fiori, ogni canestro di frutti sono, in quest’epoca, colmi, anzi stracolmi di significati simbolici e allegorici. E a questo proposito vorremmo citare un passo veramente emblematico che desumiamo da:” La Saintetè de la Vie tireè de la cosideration des plantes.(Liegi 1641) del Padre Alain Leroy.” “La rosa ci insegna l’odore della virtù. Il giglio la castità, il girasole la conformità della volontà umana a quella Divina, il giacinto(azzurro) la meditazione delle cose celesti, la corona imperiale (fittilaria), il rifiuto per la grandezza delle cose del mondo, il gladiolo e l’iris, che hanno foglie lanceolate, ci insegnano la pazienza, l’anemone ci invita ad aprire il cuore alle aspirazioni dello Spirito Santo, il narciso ci dovrebbe far rifiutare i pericoli della bellezza, il garofano condanna i corpi profumati di muschio, il tulipano infiamma l’anima del desiderio di esser ricolma di molte virtù, la margherita incita le persone a lodare Dio di buon mattino, infine la viola del pensiero ci insegna a meglio meditare sul Creatore, su se stessi, sul prossimo e sulla morte. Non c’è fiore per piccolo che sia, dal quale le persone virtuose non riescono ad apprendere qualche salutare insegnamento”. Ora dopo queste brevi considerazioni, veniamo a illustrare alcune nature morte. Iniziamo con il canestro di frutti di Caravaggio (fig. 1)-(Milano 1571- Porto Ercole 1610) Si crede generalmente che quest’opera sia stata realizzata poco prima del 1596. Una data che indica, sotto molti aspetti, una sconcertante priorità e rarità. Si è discusso a lungo se si tratta di un frammento o di un dipinto autonomo. Noi propendiamo per la seconda ipotesi vista l’assolutezza della composizione e la forza dell’immagine che ha il potere di catturare immediatamente ogni sguardo. Intanto diciamo subito che qui la narrazione di Plinio (che il Merisi certamente conosceva) si realizza con perentorietà assoluta. Le qualità formali, luministiche e cromatiche sono semplicemente superbe e sembrano sfiorare il miracoloso. Notiamo comunque una luminosità del tutto particolare, tersa cristallina, tanto evidente e “palpabile” che sembra aver quasi il potere di far arricciare alcune foglie. Stupefacente il cromatismo che ha il suo momento più alto nello sfondo dal chiarore opalescente, caldo e inusitato. Infine l’analisi del reale, amorosamente attentissima, testimonia, con puntualità, il pensiero nuovissimo di Caravaggio:” Dipingere la natura impegna tanto quanto dipingere forme umane.” Opera poi sorprendentemente carica di significati simbolici che raddoppiano, per noi inopinati, intorno a significazioni cristologiche. L’uva infatti rimanda al Sacrificio Eucaristico. Se nera alla Morte del Signore, se bianca alla sua resurrezione (e non è urto casuale se il vino adoperato per la Messa sia bianco). I pomi ricordano l’antico peccato (e uno è, evidentemente bacato), i fichi, dolci, sugosi e pieni di granellini, alludono all’Abbondanza della Grazia. Un’unica, foglia raggrinzita, di fico, ricorda chiaramente l’episodio evangelico del fico sterile (Matteo XXI, 18/22, Marco XI, 12/40-20, Luca XIII 6/9), introducendo, dopo il pomo bacato e l’uva nera, una terza nota negativa. Chi avrebbe mai detto che in un canestro di frutti (e relative foglie) si articolassero elementi di un dramma antico e universale: peccato, morte e rsurrezione? La natura morta nella Toscana del Seicento viene spesso messa in relazione con interessi di carattere scientifico (si pensi a Galileo). Questo è vero solo in parte (dopo Jacopo Ligozzi -Verona 1547- Firenze 1627 – Che però è anche un poeta raffinatissimo dell’immagine naturalistica) perché pensiamo che in questa vicenda c’entri, più che altro, la smisurata “mania” collezionistica della Dinastia Medicea. I Medici, da Lorenzo in poi, fino a Giangastone, hanno sempre collezionato tutto e di tutto: statue, quadri, gioielli, curiosità, libri , disegni, incisioni e (sorprendentemente), alberi, arbusti, fiori e anche ortaggi: Ora queste ultime categorie, più o meno deperibili, dovevano pur essere documentate ed ecco allora i fenomeni del già citato Ligozzi e di Bartolomeo Bimbi (Firenze 1648-1730). Autore quest’ultimo di straordinarie nature morte ove l’attenzione documentaria (ogni fiore o frutto può essere botanicamente individuato) fa spesso tutt’uno con un’esuberanza barocca che insieme è compositiva cromatica e tattile. Se appuntiamo la vista su questa composizione di fiori (fig. 2), frutti e un passerotto, dopo un primo moto di meraviglia per l’estrema brillantezza dell’insieme, ci accorgiamo che il dipinto “nasconde” una più che complessa simbologia che è prevalentemente mariana, ma anche cristologico. Al centro domina un umile vasetto di terracotta, pieno di gelsomini odorosi. Bianchi e quindi purissimi come la Santa Vergine e soavemente profumati come la sua anima immacolata. Il modesto vasetto di terra indica la fiduciosa semplicità di Maria, rafforzata dalla presenza di un passero, anch’esso semplice uccellino, ricordato, per esempio, da Matteo (X, 29/31) con allusione alla fiducia in Dio. Spuntano poi da questo minuscolo recipiente diversi fiorellini bianchi (gelsomini) due dei quali assomigliano a roselline. Ebbene ci troviamo di fronte a una vera e propria rarità botanica. Sono i Mugherini del Granduca, specie rarissima menzionata spesso negli elenchi dell’Orto Botanico Mediceo e poi scomparsa, probabilmente sul finire del Settecento. Ma indi inaspettatamente ritrovata in uno sperduto paese del Sudamerica e amorosamente riportata in patria ove, si dice, è in fase di gran sviluppo. Ma veniamo agli altri due, questa volta imponenti vasi di vetro che troneggiano, in secondo piano, nella nostra natura morta. Uno è zeppo di fiori, l’altro di frutti. Nel primo predominano garofani e rose che, in questo contesto, sono simboli dell’Amor di Cristo che quindi ha abbondantemente fruttificato. Tanto che, con la presenza del ribes, segno del Paradiso Terrestre, siamo tornati spiritualmente, al Giardino Primigenio. Notiamo infine che questi sono fiori prevalentemente primaverili:la prima stagione dell’anno (soprattutto secondo l’antico calendario fiorentino); tempo quindi primordiale e incontaminato, come un’età dell’oro. Tempo primariamente di fiori e poi, sul finire della stagione, di frutti sugosi e altamente significanti. Spesso anzi spessissimo, come si è visto, le nature morte nascondono significati religiosi, tanto che è possibile, individuare anche una Crocefissione celata fra arbusti (spinosi), frutti e fiori. Però esistono, ovviamente, anche altre categorie allegoriche. Si consideri, ad esempio, questa natura morta ( fig. 3) di Jacques Linard (Parigi? 1600 ca.-1645). Di evidente non eccelsa qualità, essa è nel compenso una perfetta metafora dei cinque sensi. Al centro una scatola chiusa che allude al mistero dell’esistenza. Enigma che può essere solo in parte disgelato dall’esperienza della percezione sensoriale. Abbiamo quindi: la vista, esemplificata dal quadro con il paesaggio e dallo specchio che riflette il melograno, dal vaso di fiori che ovviamente, allude all’odorato, ai frutti che ricordano il gusto, dallo spartito musicale che si riferisce all’udito, alle carte da gioco e alle monete che ci ricordano il tatto. Si tratta, in fondo, di un complesso allegorico di estrema semplicità (almeno per l’uomo seicentesco). Ma è anche possibile aggiungere qualche cosa di un poco più perché, a ben guardare, il fico maturo e aperto appartiene al modo della sensualità e il melograno alla ricchezza della castità. Quindi due esatti contrari. Voga fortemente amata e praticata, quella della antitesi, da tanta letteratura barocca. Ma l’apice “laico” dell’allegorismo appare più che evidente in questo straordinario ritratto di Guglielmo III d’Orange (1650-1702) inseguito da una ghirlanda di fiori, frutti e animali di eccezionale pregio(fig. 4). L’autore è Jan Davidsz de Heem (Utrecht 1606-1684), olandese, autore di attentissime nature morte in posa, esuberanti e cariche di intricatissimi significati simbolici. In questo dipinto, che si trova a Lione nel Museo di Belle Arti, il giovane Principe è ritratto al centro di una composizione naturalistica che illustra le qualità (vere o presunte) del regale personaggio. Ai lati si sviluppano due cornucopie allusive alla abbondanza, frutto del buon viaggio del Principe. E, in questo caso, uva e spighe di grano perdono la loro valenza eucaristica, diventando, con altri frutti simboli di grande prosperità. Ma insieme alla parte vegetale, che poi analizzeremo ulteriormente, notiamo la presenza di alcuni animali; un leone in basso, e due aquile ai lati. Il leone è bestia, che da un punto di vista araldico, è in stretta relazione con la casa d’Orange, cos’ come il frutto che tiene fra le zampe; un’arancia. Ma è anche animale regio e solare, sempre difensore della regalità. Le aquile poi vanno collegate a Giove, re degli Dei dell’Olimpo e quindi nuovi simboli di sovranità. Un’aquila, quella di sinistra, tiene nel becco un serto d’alloro, emblema del vincitore, mentre l’altra un ramo di fiori d’arancio, ulteriore allusione alla dinastia degli Orange. Altri elementi che possiamo evidenziare sono i fiori raggruppati in primo piano che non riflettono una simbologia strettamente religiosa ma che, con ogni probabilità, andrebbero meditati nell’ambito della “Religio Regis” (leggere a questo proposito:” il Corpo del Re” di Sergio Berretti). E quindi presto appariranno “inestricabili” i nodi che avvinghiano “Religione Regale” ed ecclesiastica. Come è attestato, per esempio, dal piccolo girasole in alto che indica la volontà del Principe comunque sottomessa a Dio. Pensiamo e speriamo che queste poche e brevi analisi possano convincere qualcuno. Le nature morte, in posa o silenti, non sono elementi edonisticamente decorativi ma, almeno nel Seicento, ricettacoli emblematici di pensieri complessi e sottili.

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