Maggiolini Giuseppe

Giuseppe Maggiolini. Parabiago, 1738 – 1814. Famoso ebanista italiano. Scarse le notizie relative alla sua formazione e agli esordi; fondamentale sembra il suo incontro con il pittore Giuseppe Levati, che nel 1765, impegnato nella decorazione di Palazzo Litta a Lainate, vede i suoi mobili e, apprezzandone la straordinaria qualità, gli apre le porte della committenza aristocratica milanese. Caratteri dominanti della produzione di Giuseppe Maggiolini sono una grandissima e innovativa abilità tecnica e una eccezionale sensibilità pittorica. Il cromatismo dei suoi intarsi è arricchito nei chiaroscuri dall’inserimento di tessere trattate con un procedimento di sua invenzione, la brunitura a fuoco (messa a punto nel 1788), e accostate con tanta arte che quasi non se ne vedono le connessioni. La rifinitura è splendida, con ombreggiature sapienti e la marcatura a bulino dei profili. L’artista usa molte e diverse essenze: bois de rose, bois de violette, palissandro, mogano, noce d’India, ebano del Macassar, corniolo. I colori sono naturali, ad eccezione di verde, blu, celeste e rosa pallido, che ottiene tramite immersione delle tarsie in soluzioni chimiche, poiché non esistono legnami di tali cromie. Raramente utilizza l’avorio e le pietre dure, mentre i manufatti destinati a committenze regali o aristocratiche sono spesso impreziositi da bronzo cesellato e dorato e da vere e proprie sculture a cera persa; nei suoi mobili spesso sono presenti ingegnosi congegni meccanici, secondo un uso molto diffuso in Francia e ben noto anche in Italia. Nel 1771 arriva la definitiva consacrazione dell’artista con la chiamata a Milano per realizzare gli apparati effimeri dei festeggiamenti per le nozze tra l’Arciduca Ferdinando d’Asburgo, governatore di Milano, e la duchessa Maria Beatrice d’Este. Dal 1773, sotto la direzione dell’architetto Giuseppe Piermarini e dell’ornatista Giocondo Albertolli, Giuseppe Maggiolini è impegnato nella realizzazione di mobili e di pavimenti lignei nel Palazzo Reale di Milano, opera che gli vale il brevetto con patente di Intarsiatore delle Loro Altezze Reali (da cui deriva l’apposizione su molti mobili dell’omonimo cartiglio Intarsiatore delle LL.AA.RR. ). Sempre per l’Arciduca esegue moltissimi lavori destinati alle diverse residenze reali o all’invio in diverse corti europee come raffinati doni diplomatici: così i suoi mobili arrivano a Vienna, Praga, San Pietroburgo. Contemporaneamente, la collaudata ed efficientissima bottega di Parabiago produce mobili di uso comune, in legno massello oppure ornati in modo limitato. In questo periodo la produzione dell’artista è ancora allineata al gusto per la cineseria e l’esotismo, ma ben presto i contatti con Giuseppe Piermarini, Giocondo Albertolli e Agostino Gerli, tra i più accesi sostenitori del rinnovamento del gusto, lo inducono a cogliere le istanze di rinnovamento da loro portate in Lombardia. Attraverso la sua ricerca di un’unione armonica tra semplicità, comfort, eleganza ed eredità classica, approda al Neoclassicismo, creando nuovi modelli architettonici e decorativi. Di questa svolta è testimone la coppia di commodes (forse realizzata per la famiglia Greppi), capostipiti di una nuova tipologia di mobile, dalle forme squadrate e semplici, abbellito da cornici e fasce orizzontali e verticali, disposte attorno a grandi cartelle figurate. I soggetti degli intarsi non si rifanno più al lontano Oriente, ma al mondo classico, e sono allegorie, scene mitologiche, architetture in prospettiva e rovine monumentali, le cui forme sono suggerite all’intarsiatore da artisti come i succitati Levati, Appiani, Gerli e Albertolli. E’ il periodo d’oro dell’artista, i cui mobili diventano elementi irrinunciabili dell’arredamento alla moda, sia per l’aristocrazia che ammoderna i propri palazzi che per l’alta borghesia che desidera marcare il proprio status. Naturalmente le committenze prestigiose sono realizzate con il sostegno progettuale degli ormai collaudati collaboratori, architetti e ornatisti (Levati, Appiani, Cantaluppi, Gerli), e la bottega, anche a fronte di una grande quantità di manufatti prodotti, mantiene un alto standard esecutivo, che la distingue fortemente dalle botteghe concorrenti. Nel 1796 la cacciata dell’Arciduca Ferdinando ad opera dei Francesi segna la fine di quest’epoca di creatività e successo. Solo verso il 1803-1804, in occasione dell’insediamento della Corte e l’incoronazione di Napoleone, c’è una ripresa delle commissioni, ma il gusto è ormai mutato, e la delicata raffinatezza dei mobili di Maggiolini non è in sintonia con il gusto dell’Impero. Alla sua morte la bottega viene ereditata dal figlio Carlo Francesco, che lo aveva sempre affiancato nella conduzione della bottega, e che produrrà ormai solo per una committenza borghese, provinciale e sempre meno prestigiosa.