L’Arte è intuizione fantastica compiutamente espressa. Benedetto Croce

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un lontano Giovedì,  prima lezione di  storia dell’arte.

Eravamo un poco ansiosi e impauriti. L’insegnante (una delle allieve preferite di Roberto Longhi ) era preceduta da una pessima fama: autoritaria, intransigente e avarissima di sufficienze….

Entra in classe alle tre del pomeriggio e dopo il tramestio delle sedie andate a posto, enuncia, in un silenzio cimiteriale: “ L’Arte è intuizione fantastica compiutamente espressa. Benedetto Croce. Avete preso appunti? ”

Noi che veniamo da quella borghesia che almeno una volta l’anno faceva il viaggio a Parigi ove acquistava i “Pompiers“ e non (purtroppo economicamente parlando) gli impressionisti. Noi che arriviamo da un artigianato sensibilmente creativo pensiamo primariamente,  che ogni “artista“ deve possedere delle vere e pratiche conoscenze tecniche. L’uomo può avere dentro di se le più grandi altezze della fantasia creativa, ma se non ha i mezzi concreti per esprimersi il risultato è nullo o esteticamente improponibile. Ma che cosa è che distingue un’opera d’arte da un manufatto qualsiasi?

Provate a posare un bicchiere di plastica vicino alla Maestà di Duccio e sentirete istintivamente che Duccio è stato mosso da quello che noi chiamiamo: l’amore del fare. Qualche obiezione? Ecco, vediamo una mano alzata. Dica: “Guardi che le nostre nonne, zie e madri quando preparano il polpettone lo fanno con grandissimo amore”

“E chi ne dubita?”

Il fatto è che a questo punto dobbiamo tirar fuori una parola oggi praticamente proibita: Contenuto.

La qualità  (fidiaca) del fregio del Partenone e le Panatenaiche.
Ecco, per recepire qualche cosa in più dell’arte, oltre le perfezioni tecniche, l’attaccamento (amore) al fare, bisogna esser curiosi e di simbologia, mitologia, storia, iconologia, iconografia, teologia. (tanta teologia) “ Eh? La Peppa! Direte. No, non esperti, curiosi, solo curiosi.

Un giorno siamo stati investiti, un po’ a bruciapelo, da questa domanda: “Perché le arti del deprecatissimo Ventennio sono tanto derise e considerate dai più  così brutte da non esser valutate come arte?” Subito ci è venuto in mente che Don Benedetto Croce, (quello che appare all’inizio del nostro raccontino) affermava, papale, papale che:
“Barocco non è arte”
Così oggi, nella vulgata comune, “arte fascista arte non è”
Ovviamente si tratta di una panzana grossa come una casa.

Si tratta di mettere un po’ d’ordine.

Che il fascismo sia stata un’impresa rivoluzionaria di stampo socialista dovrebbe essere chiaro a tutti. Così futuristi (quelli che volevano incendiare i musei) e fascisti andarono perfettamente d’accordo. Tanto che il famoso discorso di Mussolini alla Camera dei Deputati del 3 gennaio 1925, sembra scritto (in stile politicamente ufficiale) da Marinetti.

Culturalmente parlando, dopo l’ultima guerra (e per pudore, un po’ dopo) i Futuristi non vennero dannati dalla cultura marxisto-gramsciana, anzi furono assunti nei cieli del progresso. Perché? Perché avevano demolito i pseudo ideali estetici dell’Italietta borghese; portando un’aria nuova ecc. ecc….

“Esito grottesco e tragicomico di una vicenda che era iniziata con l’abolizione del chiaro di Luna e con l’incenerimento delle pinacoteche. E finita fra i fuochi (veri) delle guerre coloniali e imperialiste”
(Marinetti al seguito degli eserciti conquistatori d’Africa).

In una graduatoria da zero a dieci i futuristi meritano comunque un bel sette. In considerazione delle loro indubbie qualità formali (che derivano tuttavia dai rigori tecnici del Divisionismo). Ma comunque non dieci, perché i contenuti, giocati sempre nella dimensione del delirio, aprono la via (con ben altri compari di merende) alla permanente insanità mentale del XX sec. e c’è da esser certi, infine, che la tanto disprezzata borghesia, ch’era, il più importante sostegno di Mussolini, se la ridesse, sorniona, dei vari Balla, Boccioni, Carrà e Severini.

Di poi il regime lasciò in un cantuccio le divertenti mattane futuriste per dedicarsi a più serie e costruttive cose. Chiamatelo come volete: Ritorno all’Ordine, Post Neoclassicismo, Neoromanità, sta di fatto che, da Bolzano alla Sicilia, non c’è metropoli, città, cittadina e financo paese mancante di un qualche palazzo o monumento in stile fascista più o meno puro. Più o meno perché le insinuazioni Eclettiche o Umbertine non mancano. Però la dove l’ispirazione alla romanità è prevalente, meglio unica, ci troviamo, di fronte a qualcosa di intrinsicamente inedito e sorprendente.

Voi direte: Quale romanità? Un millennio di storia e uno sconfinato impero….

La riposta, nel complesso, è da porsi in relazione al Principato Augusteo. Non certo alla grandiosità divinizzante delle successive età imperiali.

E fatto diffusissimo, nel corso della storia dell’arte. Che quando c’è di mezzo un capo dal polso d’acciaio (magari anche un tiranno più o meno sanguinario) è l’architettura a tenere il campo; con la cultura quale ancella. Così il Fascismo ha costruito intere città che, peraltro, sono bellissime: razionali, organiche e luminose. Con edifici dai toni cromatici attenuati (alla Morandi per intenderci, ma con qualche rigore in più), rosati, terre di Siena spente e bianchi. E una mole smisurata di marmi. Tanto che, a volte, un brivido ci corre per la schiena: E se il Ventennio fosse durato più a lungo che fine avrebbero fatto le Apuane?

Al centro di questa storia sta Marcello Piacentini (Roma 1881 – 1960) Architetto proteiforme capace di grandi sistemazioni urbanistiche che come il nuovo centro di Brescia e Piazza della Vittoria  a Genova (visitare certi interni per rendersi conto della qualità delle soluzioni). Di edifici grandiosi esemplati dal Palazzo di Giustizia di Milano che si erge imponente e solenne; appena velato da un’aura di plumbeo timore adattissima a un luogo che sentiva pronunciare anche, parole ferali e finali.

Ovviamente non è facile capire e credere che anche la qualità di un fatto architettonico abbia qualche radice nell’amore (o passione) del fare.

Eppure, evidentemente è così. Ed è tanto vero che, caduti gli offuscamenti ideologici, non è difficile cogliere un’aura di grande poesia in un organismo sommamente complesso come il Foro Mussolini ove intanto, architettura e scultura vivono un equilibrio sorprendente. Anche se è fuor di dubbio che molte statue d’atleti sembrano aver assunto dosi eccessive di anabolizzanti. Il complesso, bianchissimo, sotto qualsivoglia incidenza luminosa, si esalta tuttavia sotto il sole zenitale. Diventando così spettacolo fantasmagorico di una romanità sognata e desiderata, tuttavia invano.

Come tutti ben sanno (o dovrebbero sapere) fiumane intere di artisti fascisti passarono di poi da Balilla a Gramsci.

Forse il detto antico:
O de Franza o de Spagna purchè se magna
ha avuto qualche incidenza. Chissà….

Però non tutti parteciparono all’imponente trasmigrazione. Fra questi ci piace ricordare Mario Sironi (Sassari 1881 – Milano 1961) . Dopo un giovanile avvio futurista (di inclinazione peraltro eterodossa) Sironi divenne, a ridosso della prima Guerra Mondiale, sostenitore, convinto e moralmente sincero di un ritorno all’ordine. Ritorno, nell’alveo della tradizione italiana di impronta rinascimentale e più precisamente masaccesca: Ne risultarono, affreschi, mosaici e grandi dipinti (vere e proprie pale d’altare laiche) di possenti qualità esecutiva. I contenuti sono in fondo, radicati negli ideali fondanti dell’umano e delle strutture sociali della tradizione. I risultati sono a dir poco sorprendenti. Sorprendenti per noi abituati ormai al vaniloquio degli impulsi individuali senza ragione e controllo.

Sironi fu anche lucido teorico. Il suo: “Manifesto della pittura murale” sviluppa il tema, oggi aborrito di un’arte, superiormente didattica, pubblica e “ideologica”. Lungo il percorso della sua oggettivamente travagliata attività, Mario Sironi ha sviluppato, preso e ripreso il tema  del paesaggio urbano; delle tristi e desolate periferie industriali dove gli alberi (se ci sono ancora) diventano impalcature grigiastre, i campanili, ciminiere, le finestre, interminabili file di occhiaie nere.

Tutto, comunque, sottoposto al rigore di una geometria arcaicizzante e, infine, desolata.

Riprendendo la domanda iniziale: ”Perché le arti del deprecatissimo Ventennio sono tanto derise e considerate dai più così brutte?”

La risposta è semplicissima: “Perché l’ideologia (avversa) travalica la qualità espressiva”.

Ma, grazie a Dio, in questa nostra Italia le storie ideologiche prendono raramente tinte fosche ed estreme. Cosicché, infine, l’arte e, con etichetta fascista, nel complesso, si è salvata.

Su ben altri lidi invece ideologia, la dannazio memoriae e l’iconoclastia hanno fatto stragi immani di opere d’arte.

Ci viene in mente l’imperatore Shih Huang-Ti (221 – 200 A.C) unificatore della Cina, che volle la Grande Muraglia e il suo stupefacente mausoleo presso Hsien-Yang, ma nel contempo fece distruggere tutti i manoscritti a lui precedenti.

Questa dei libri bruciati è una storia che si ripeterà più e più volte nel corso dei millenni. Anche se dopo Gutemberg, con la proliferazione degli esemplari il “rito” è diventato meramente e stupidamente simbolico.

Comunque si tratta sempre di ecatombi culturali.

La “vanità” del potere (e ovviamente non solo quella) sta alla radice di quel fenomeno distruttivo che va sotto il concetto di “ Dannatio Memoriae”. Che, in parole comuni, vuol dire: eliminazione d’ogni ricordo del precedente potere.

Un caso antico è quello del Faraone Amenofi IV (o Ekhnaton 1367 – 1350 A.C.) cancellato dalla storia d’Egitto perché incline a una qualche forma di monoteismo.

Ma la dannatio memoriae fu sport praticatissimo dei romani, soprattutto in epoca imperiale. E quindi diffuso fra i principi umanisti. E giù fino alla rivoluzione francese e alle sue propaggini (Cancellazione degli stemmi aristocratici) Immenso il problema dell’iconoclastia.

Al capitolo XXXII dell’Esodo dal versetto uno al ventesimo assistiamo alla realizzazione del vitello d’oro e alla sua distruzione da parte di un Mosè furioso. Ovviamente siamo solidali con le sue ragioni, però…
Però la nostra curiosità è tanta. Come grande è il desiderio di sapere com’era nella realtà, il Tempio costruito da Nabucodonosor II (505 – 562 A.C.)

Tragicamente icastica la descrizione della fine di Gerusalemme che si trova alla conclusione del secondo libro dei Re: “Il settimo giorno del quinto mese – era l’anno decimonono del re Nabucodonosor Re di Babilonia, entrò in Gerusalemme, bruciò il tempio, la reggia e tutte le case di Gerusalemme, dando alle fiamme tutte le case di lusso” ( Re 2, XXV, 8/9).

Con l’avvento del Cristianesimo gli iconoclasti si moltiplicano a dismisura e nei secoli e nelle collocazioni geografiche.

Nel 391 e 392 l’imperatore Teodosio decreta la chiusura dei templi pagani. E come ben si sa anche il più solido edificio abbandonato a se stesso presto è destinato a rovina.

Con Leone L’Isaurico, (680 – 741) si scatena la Grande Iconoclastia. Risolta (almeno temporaneamente) con il Secondo Concilio di Nicea (787). Nel corso di questo lungo periodo l’ecatombe di immagini Sacre fu immane, e a farne le spese furono soprattutto le icone. Tanto che oggi le tavole pre-iconoclaste sopravissute sono, si e no, poche decine.

Son stati sempre i movimenti ereticali i più attivi protagonisti del dramma iconoclasta. Catari e Hussiti insegnano.

Nel 1517 Martin Lutero pubblicò a Wittemberg le sue famose 95 tesi e da quel momento per le immagini si scatenò l’inferno. In verità l’ex frate agostiniano non era, in questo campo, una testa calda. Ma i suoi seguaci e imitatori si. Eccome! Infatti, come tutti ricordano (o dovrebbero ricordare) a capo dei nuovi Attila delle immagini (non solo sacre) sta Giovanni Calvino. Lui e i suoi eredi ripulirono tutta l’Europa del Nord da ogni “rappresentazione idolatrica” (come si diceva e si dice).

Variante importantissima del disastro si sviluppò anche Oltremanica. In particolare nel corso del Regno di Elisabetta I.

Intanto il fulmineo espansionismo islamico (dal 622 – Egira) travolge e travolgerà per secoli, fino ai di nostri, ogni immagine. L’iconoclastia islamica si configura come una tragica costante che dove viene messa in atto desertifica gran parte dei panorami dell’arte. Si ha un bel ricordare i  manoscritti persiani e quelli Moghul o l’iperdecorativismo  dell’Alhambra e la cristallinità del Tai Mahal (tutte espressioni di incomparabile qualità) ma resta il fatto, inoppugnabile, che mai l’islam potrà produrre qualche cosa di simile alla Sistina.

Oggi serpeggia qua e là e anche in “ altissimo loco” l’idea che il Rinascimento fu un arretramento verso l’immoralità pagana.

Tesi che quel frataccio di Gerolamo Savonarola (1452 – 1498) che fu espertissimo in roghi di opere d’arte.

I resti delle arti antiche Centro – Sud – Americane sono tutt’ora numerosi. Ma sempre di resti si tratta.

Scomparse misteriose di popoli interi, giungle voraci di voraci spagnoli. Coltiviamo la curiosità per una sorta di “ Paleolitico” che ci ha lasciato tesori ornamentali di incomparabile preziosità e bellezza, ma….quante zone d’ombra!

In fondo un po’ tutti noi siamo gli eredi di quell’ Illuminismo che guardava con granitico sospetto alla povera Marta; ai contemplativi insomma privi, evidentemente, d’ogni utilità sociale. Inaspettatamente già Maria Teresa e, più che mai il figlio Giuseppe, convintissimi dell’assunto (e sentendo profumo di sonante denaro) iniziarono un’opera di cancellazione d’Ordini e chiusura di conventi. Operazione che estesa ai regali cugini di tutta Europa, divenne vieppiù mastodontica con la Rivoluzione Francese e con i governi massonico – liberali del XIX sec. E quindi vere e proprie tonnellate d’arte distrutte, vendute, decontestualizzate.

La convocazione, degli Stati Generali apre la via alla più nefasta alluvione sterminatrice di manufatti artistici.

I castelli dei pessimi aristocratici francesi? Al fuoco! Al fuoco i quadri, gli arredi, gli archivi. I conventi dei monaci inutili e oscurantisti? Al fuoco, al fuoco.

Versailles fu letteralmente svuotata. E oggi, ironia grottesca della Storia, con, l’affanno in gola per riarredarlo sborsando cifre iperboliche per un tavolinetto della povera Maria Antonietta. Venduto, nei torbidi della Rivoluzione, per due franchi a qualche Lord Inglese.

Il genocidio Vandeano ha l’equivalente nello sterminio delle arti di Francia. Sterminio che raggiunge l’acme con lo scempio di Saint – Denis.

Napoleone fu più ladro o distruttore?

Più ladro.

Lord Thomas Bruce Elgin  1766 – 1841) è passato purtroppo alla storia come il predone dei marmi fidiaci del Partenone, quelli che oggi si trovano al British Museum di Londra. In verità egli aveva ottenuto dal Sultano di Costantinopoli un documento di “ raccomandazione” (firmato) per il Pascià di Atene. Documento che lo elevava in modo determinante agli occhi del funzionario periferico. Atene, da secoli in mano ai Turchi, era ridotta, a una squallida borgata di provincia. E il Partenone a un mezzo cumulo di macerie. Trasformato prima in chiesa dedicata alla Vergine, quindi in moschea, era diventato, nel XVII sec. Un deposito d’armi o meglio una polveriera. E fu così che, colpito da una bomba della flotta veneziana, che passava per il Pireo, saltò in aria.

Lord Elgin, giunto ad Atene, presentò il firmano al Pascià e iniziò una lunga e complessa trattativa per poter avere i marmi del Partenone, A costui (da buon islamico) quelle sculture non importavano un cavolo, ma aveva capito benissimo che l’inglese le avrebbe pagate fior di quattrini e Elgin pagò.

Eccome pagò.

La storia, in verità, non finisce qui, anzi….Ma a noi interessa solo insinuare che il nostro Milord fu, in verità non un predone ma un benefattore.

Sia come sia, dopo un secolo e mezzo, entra in scena Melina Mercuri che, per la patria , rivuole indietro i marmi del Partenone.

Tipica scemenza socio – nazionalista!

Quelli del British devono, naturalmente resistere a oltranza. Perché ve lo immaginate? Gli obelischi di Roma e Parigi all’Egitto. I cavalli di San Marco a Costantinopoli, mezza Venezia che torna in Oriente, l’altare di Pergamo da Berlino in Turchia.

Bisognerà poi smontare molti musei ( Brera per esempio) per restituire statue e quadri a congregazioni e confraternite già soppresse (e quindi ricostituite) comunque sempre depredate. Una follia.

L’ottocento è, a ben pensarci, il secolo dei musei e delle sterminate raccolte dei nuovi potenti (banchieri internazionali e magnati americani). E anche il secolo che cerca di mettere qualche pezza al maremoto rivoluzionario. Vedi Viollet – le – Duc e seguaci. E il secolo dell’espansionismo coloniale. Non ci sono grandi distruzioni. Nel complesso le arti dei conquistati vengono salvate dalle inclinazioni etnografiche degli esploratori e degli scienziati.

SI è ripetuto e grazie al cielo si ripete ancora ( e speriamo sempre) che il Secolo appena trascorso fu l’età del sangue.

Per tutti e per le opere d’arte.

La mattanza inizia, se pur in tono minore, con la Prima Guerra mondiale. Ma subito s’infiamma con l’avvento del Comunismo in Russia.

Le parole di Lenin sono emblematiche, chiarissime e senza scampo: “Qualsiasi idea religiosa, qualsiasi idea di Dio, è perfino l’indugiare sull’idea di Dio è una indicibile abiezione…..

(13 – 14 novembre 1913, lettera a Massimo Gor’ki).

Le conseguenze presto si fecero sentire e si protrassero, sotto la dittatura di Stalin.

Cattedrali (quella di Mosca fu fatta saltare in aria con la dinamite), conventi e complessi monastici distrutti (Solovski trasformato in Gulag).

Chiese cittadine e rurali date alle fiamme, demolite; trasformate in musei dell’ateismo.

Inutile a questo punto, ricordare gli arredi liturgici, le iconostasi, i calici, le pissidi, i paramenti sacri e le icone…..Centinaia di migliaia di icone, tutto smantellato, devastato, polverizzato. Ma il giacobinismo dello Stato Sovietico fu assolto anche in ben altri campi; basti dire che l’intera cultura fu statalizzata e così scultura e pittura. L’artista diventa un impiegato statale, con tanto di regolare salario. Si formano perciò immensi magazzini di quadri che, nonostante tutto, presentano spesso inattese qualità formali ed emozionali.

Se a Mosca il potere fu esemplato, con catastrofica volgarità, su modelli delle antiche satrapie orientali, a Berlino le strutture dell’egemonia statalista sembrano l’incarnazione dei peggiori incubi Kafkiani.

Non vi inganni la grandiosità di certe realizzazioni dell’architetto di regime Albert Speer (1905 – 1981). A percorrere le sue architetture presto si percepisce una sorta di gelida ossessione che per noi, gente comune, diventa oppressione della mente e del cuore.

In pittura domina una specie d’ordine assoluto, ove la figura umana, espressione ovviamente di una razza superiore, giganteggia sulle tenerezze della natura. Evidentemente  l’esecuzione appare impeccabile e le concezioni stilistiche all’Art Deco, costanti e sorprendentemente alto borghesi.

I “ famosi “ acquerelli di Hitler che (purtroppo) continuano a circolare sono di una mancanza di qualità assoluta. Eppure l’infausto dittatore doveva avere una certa sensibilità artistica. Goloso com’era (insieme ai suoi gerarchi) di opere d’arte; ovviamente antiche, provenienti in gran parte dai fertilissimi campi ebraici.

Non è molto originale osservare che le affinità “artistiche” fra Hitler e Napoleone sono ben evidenti.

Le guerre antiche non erano, nel complesso, totalmente distruttive! E stato il secolo sanguinario che ha inventato il sistema terroristico del bombardamento a tappeto. Ricordiamo solo tre nomi: Coventry, Dresda e Montecassino.

Dobbiamo alla Cina di Mao lo scatenamento della rivoluzione culturale (1966 – 1969) che, ispirata dal più bieco marxismo – leninismo ebbe come scopo preciso quello di eliminare ogni traccia del passato. Facile immaginare l’entità delle stragi di oggetti d’arte.

Come ben si sa la Chiesa cattolica fu sempre fermissima nemica d’ogni iconoclastia.

Ma la cosiddetta riforma liturgica ( Paolo VI  e Mons. Bugnini) ha intaccato brutalmente questo principio. Quanti presbiteri distrutti! Altari sezionati o semplicemente demoliti. E sostituiti da quelli che il Cardinale Siri chiamava  “tavolini da messa” (o comodini?)  Reliquie, reliquari, paramenti gettati alle ortiche…….

Intanto l’Islam ha ripreso con grande energia le proprie attività.

Ritornando ai (pretesi) misfatti artistici del Fascismo, notiamo con un pizzico di modestia ( solo una briciola, veramente!) che il regime mussoliniano non produsse nessuna mostruosità artistica e forse neppure troppe brutture. Moderatissimo nelle imposizioni estetico – ideologiche il fascismo non esercitò mai la Dannazio Memoriae, l’iconoclastia e mai pensò di seguire le vie di un Napoleone o di uno Stalin.

Dopo tante tragedie (comunque appena minimamente delineate), da Shit Huang – ti  a Ekhnaton, da Nabuconodosor a Leone l’Isaurico, da Calvino a Maometto II , da Savonarola a Giuseppe II, da Stalin, da Mao a Mons. Bugnini le tragedie artistiche sono infinite e le vittime in edifici, statue, dipinti e oggetti d’ogni specie, senza numero. In tutto questo inserire il nome di Mussolini? Dove sono insomma le statistiche degli annientamenti fascisti dell’arte? Consigliamo all’autore della questione di documentarsi un pò meglio di noi.

Infine l’asineria (perché di asineria si tratta) non paga.

 

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