FIRENZE E TOSCANA (La natura morta in Italia)

ARTICOLO NON DISPONIBILE

FIRENZE E TOSCANA (La natura morta in Italia)

Quando si dice che l’Italia possiede la maggior parte delle opere d’arte che costellano il Globo, si afferma, ovviamente, una sciocchezza. Una chiacchera da bar della bocciofila di turno.

Vero è però che l’influenza del Cattolicesimo e dei fasti di una fede e di una liturgia (del tempo che fu) hanno costellato la penisola di una miriade (e più) di sorprendenti bellezze architettoniche, scultoree, pittoriche e ornamentali, certo unica al mondo. Inoltre la pratica assenza di guerre che ha caratterizzato la plurisecolare “Pace Tridentina” ha risparmiato l’Italia da conflitti altamente distruttivi che solo recentemente sono apparsi all’orizzonte della nostra storia (bombardamenti anglo-americani) Si aggiunga poi che la frammentazione territoriale e politica dello Stivale ha visto la presenza secolare di molte “capitali”. Centri sempre vivi di industriose aristocrazie oligarchiche (come dimenticare che Venezia fu il fulcro di un vero e proprio impero?) e dinastie potenti e spesso coltissime.

Il caso più importante e veramente emblematico di questa situazione è quello della stirpe Medicea che, sotto varie forme, ha regnato a Firenze per secoli. Ebbene non è esagerato affermare che “tutti” i membri della dinastia a partire da Cosimo il Vecchio (1389-1464) per finire con Giangastone (1671-1737) furono appassionati collezionisti. Con alcune punte: Lorenzo il Magnifico, Cosimo I, Ferdinando I e II, Cosimo III, il Gran Principe Ferdinando…..

Gli accumuli di tesori sembrano, a volte, sfiorare forme di illuminata follia. Statue, dipinti, disegni, manoscritti, libri, oggetti rari e rarissimi. Gioielli, stranezze da Wunderkammer, strumenti scientifici e musicali. Rarità botaniche e botaniche mostruosità. E qui si innesta gran parte del panorama della natura morta fiorentina che è spesso medicea. Come dimenticare infatti che Cosimo III (1670-17259) aveva dedicato ben tre ville alle sue collezioni di nature morte? La Topaia ai frutti, Castello ai fiori , l’Abrogiana agli animali. Comunque sia, inestricabile appare in questo contesto, l’amore acuto per gli affastellamenti; la qualità estrinseca del manufatto e un acceso naturalismo, che oggi viene interpretato in senso protoscientifico.

E il caso questo di uno dei più grandi artisti italiani (peraltro misconosciuto) del genere natura morta-illustrazione: Jacopo Ligozzi (Verona 1547- Firenze 1627). Nato in una famiglia di raffinati artigiani ricamatori a contatto con le corti di Trento e Insbruk , si trasferisce a Firenze a servizio di Francesco Iin data anteriore al 1577.

Autore di straordinari disegni per illustrazioni, oggetti apparati effimeri, il Ligozzi ci ha lasciato una stupefacente serie di tavole “botaniche” eseguite con lucidissima e amorevole tecnica miniaturistica.

Il termine “botaniche”da noi usato è però fuorviante perché la sensibilità poetica di questi manufatti va sempre (o quasi sempre) molto al di la del loro significato “scientifico”infatti a osservare esemplari come il ramo di fico e uccellini

 ci si accorge che l’analisi del contorto ramo grigio-perlaceo, le foglie rigogliose o morenti, i piccoli frutti acerbi e duri e i più maturi che mostrano gli interni carnosi (bianchi e rosati) non è una mera registrazione visiva, ma l’espressione emozionale dell’anima. Meglio ancora: un’empatia con le piccole cose della vita che innalza il concetto di mimesi a livelli inusitati. E cosi anche per la tavola con la Valeriana rossa, ove una folata di vento che nulla ha a che fare con l’illustrattività, inclina rametti, foglie e fiorellini, con effetto di alta poesia .

Jacopo ligozzi è, anche autore di vivacissimi disegni preparatori per quei raffinati insiemi di marmi rari e pietre preziose che il mediceo laboratorio delle pietre dure produceva per adornare altari e oggetti sontuosi e che, anche, percorrevano l’Europa destando inesauribili meraviglie.

La tensione qualitativa del Ligozzi cala però stranamente e inaspettatamente nelle sue numerose pale d’altare che ( salvo rari casi come il San Gerolamo penitente del fiorentino San Giovanni degli Scolopi) appaiono stilisticamente e cromaticamente generiche, senza nerbo e pietisticamente grigiastre.

Jacopo da Empoli (Firenze 1551-1640) non è certo pittore esclusivo di nature morte, anzi la sua vasta produzione di pale chiesastiche appare assolutamente preponderante. Poi seguono i quadri da stanza e quelli più rari a soggetto mitologico. A parte e in fondo alla gerarchia, stanno le composizioni di saporite cose culinarie, sontuosamente pingui che hanno veramente il fascino dei buongustai. Fascino che deriva anche un po’ da sorprendenti rapporti con un pittore spagnolo, Alejandro de Loarte (ca. 1595-1626). Siamo comunque ai grossi prodotti del mercato rionale. E già, perché in queste nature del reale i mercati stanno di casa. Infatti il Baldinucci (Notizie dei professori del disegno…Ed. 1846, vol. III pag. 15) ci racconta che un certo Capitano Pietro da Verazzano, pittore dilettante era innamorato delle “cucine olandesi” ( alla Aertsen per intenderci) e per impar pittura frequentava assiduamente la bottega dell’Empoli.

Ora il da Verazzano si recava ogni mattina al mercato e su indicazioni di Jacopo (che l’aveva preceduto) faceva una lauta spesa. Giunto poi a casa ritraeva il tutto in fretta (disegni , bozzetti?) perché l’Empoli attendeva impaziente e goloso i frutti dell’orto, del pollaio e della stalla che l’amico, capitano-pittore, comunque gli avrebbe inviato. 

A lucca , e quindi lontano dagli ambienti culturali medicei, sono presenti due pittori di nature in posa: Pietro Paolini (Lucca 1603-1681) e Simone del Tintore (Lucca 1630-1708). Del primo poco ci sentiamo dire da quando l’importante gruppo di opere che Luigi Salerno (1984, Bozzi Editore, Roma, pag. 84) aveva raggruppato intorno al suo nome è passato al misterioso Maestro della natura morta Acquavella (Zeri-Cottino, 1989, Electa, Milano, pag. 712), che cercheremo di inserire nel variegato mondo romano.

Per quanto riguarda il secondo, ossia Simone del Tintore, sappiamo dalle fonti lucchesi (Sardini, Cerù e Trenta) che frequentò l’Accademia che, a Lucca, il Paolini gestì verso la metà del Secolo. Ma, detto questo la sua biografia risulta assolutamente scarna; incentrata com’è su documenti che riportano solo attestazioni di nascite battesimi e matrimoni.

Conosciuto ai suoi tempi come autore di nature morte, è poi caduto nell’oblio, fra tardo Settecento e Ottocento per poi essere ”recuperato” solo alla metà del Secolo scorso.

Curiosamente riscontriamo in Simone forti tangenze con Bernardo Strozzi. Tangenze che raggiungono l’acme con la natura morta con Rami di fichi e mandorli che appaiono praticamente identici nei due artisti.

Tuttavia la luce è, in Simone, ben più tagliente e drammatica, nella sua diretta ascendenza dal caravaggismo romano. Che non nel nordicheggiante genovese. Superbe comunque, nel lucchese, le capacità “organizzative” delle affollate composizioni. Ma ancor più ci colpisce il forte senso vitalistico che anima, dal di dentro, ogni oggetto della scena.

Se in Jacopo Ligozzi prevalgono oggettivamente preoccupazioni documentaristiche e botaniche, in Giovanna Garzoni (Ascoli Piceno 1600- Roma 1670) l’inclinazione alla miniaturizzazione delle umili cose del quotidiano assume un aspetto totalmente legato agli schemi fondanti della natura in posa.

Presente a Venezia fra il 1625 e il 1630 ove studiò (si noti) presso il calligrafo Giacomo Rogni, la Garzoni, soggiornò poi in diverse città italiane: Roma , Napoli e una prima volta in Toscana e forse anche in Francia e Inghilterra.

Dal 1632 la troviamo a Torino presso la Corte Sabauda e dal 1642 al 1651 stabile nella città del Giglio a sevizio dei Medici. Qui ebbe agio di mettere in luce tutta la sua poetica emotività femminile di miniatrice. Questo in un ambiente ove la vivissima curiosità vegetale o animale tendeva costantemente a trasformarsi in preziosità da Wunderkammer.

Si può ben dire che in Giovanna Garzoni è, prima di tutto, la stupefacente abilità e sensibilità tecnica, che sta alle radici di tanti suoi piccoli capolavori. Gli affastellamenti di fittissimi puntinati e tempera su pergamena e il pratico abbandono di ogni linea di contorno, permettono (come nella futura acquatinta) una circolazione atmosferica della luminosità che diventa fattore interno alle cose. Di qui quella freschezza fuori dal comune dei modesti oggetti d’ogni giorno che assumono infine, le qualità opalescenti degli agglomerati perlacei.

Siamo veramente di fronte a nature quiete e silenti, ove ciliegie e fragole, mele, limoni e pere sono appena lievemente sfiorate dal fruscio di una lumachina, di una farfalla, di un grillo o dalle piume di un cardellino. E ben si comprende allora che la qualità intrinseca d’ogni opera d’arte, immensa come la cupola petrina o minuscola come la garzoniana Canina di Vittoria della Rovere, sta solo nell’amore del fare.

Citiamo solo di sfuggita Carlo Dolci (Firenze 1610- 1686) perché le sue nature morte son tanto rare da ridursi, con ogni probabilità, a un solo esemplare ( Firenze, Galleria degli Uffizi). Dove dobbiamo apprezzare la lucida e meticolosa attenzione nel proporre un’interpretazione della natura poeticamente emotiva. Anche se i suoi dipinti, di qualità unica, vedono spesso l’apparire di fiori (gigli e rose) che, in perfetta sintonia con le figure, riescono ad accentuarne un poco misteriosamente, quella dolce religiosità che, in tempi non molto lontani (e oggi ancora?) fu tacciata di “untuoso pietismo”.

Una bizzarria tipicamente toscana e fiorentina, nella sua dimensione coltissima e ironica, è quella delle “Pale” dell’Accademia Della Crusca. Si tratta di vere e proprie “palette” (cm.70×40 circa) di legno, dipinte con un’immagine, generalmente semplice che, con cartigli, (scritte allusive) indica un Accademico e la sua personalità. (vera o presunta che sia).

Opere più d’artigiani che non di pittori di grido, le Pale della Crusca rappresentato una rara curiosità che vede il prender forma di un rapporto semantico e fortemente singolare fra figuratività e letteratura.

La peculiarità più diffusa nelle numerose opere di Bartolomeo Bimbi (Settignano 1648- Firenze 1730) è quello spirito di documentazione collezionistica che pervade, un poco ossessivamente, ogni membro della Dinastia Medicea. Nel senso che statue e quadri, libri, oggetti e gioielli si presume abbiano una lunga esistenza, mentre animali, frutti, arbusti, fiori e ortaggi, sono tutti destinati presto a sparire. Ed ecco, allora il “ritrattista” di leoni, vitelli (a due teste), scoiattoli, pappagalli, gufi e galline. Pesci e ciliegie (tutte le qualità dei frutti Medicei), susine, mele, pere e (ovviamente) uve, un profluvio di uve. Tartufi e funghi. Cavoli, fave, cavolfiori, rape (preferibilmente mostruose). E fiori, tanti fiori, un diluvio di fiori; tutti perfettamente identificabili e identificati. ( Per la gioia del futuro linneo?)

Comunque a metterlo solo così, sembrerebbe che Bartolomeo sia stato nel “seno” Mediceo, solo un illustratore d’alto rango. Idea totalmente errata perché a guardar con occhi immuni da pregiudizi estetici (che sono sempre tanti) ci si accorge ben presto che gli ideali fondanti del manierismo, si sono trasmutati in Barocco. Le divertenti rarità estreme e le affascinanti mostruosità rudolfine han preso l’abito sontuoso e stupefacente della “Gloria et Honore” Honore et Gloria di un Dio- Creatore e Artista. Gloria et Honore della Natura. Dei suoi splendidi doni, forme e colori, profumi. Gloria et Honore della Ragione (che inizia a mutarsi in scienza) E perché no? Di una Dinastia che ambisce possedere, gloriosamente, tutti i tesori della terra, Cielo e Mare. Più barocco di così……

 

Chinese (Simplified)EnglishItalianRussian