Piccolo trattato sulla Natura Morta in Italia

 

Introduzione (seguono Regioni)

Già si è detto altrove come il concetto di mimesi si sia, in grandissima parte alla radice del genere natura morta, natura silente e natura immobile. E anche si è brevissimamente accennato a certo spirito scientifico, o meglio prescentifico che chiaramente emerge nel corso del XVII sec.(Galileo)
Quest’ultima motivazione potrebbe comunque avere origini molto antiche e annidarsi in alcuni aspetti degli erbari che tanto in voga furono fin dal tardo medioevo.
E chiaro tuttavia che le più antiche illustrazioni di questi volumi appaiono spesso tanto schematiche da dover essere considerate al livello di mere forme grafico – simboliche. Nondimeno è evidente che con l’avanzare del Quattrocento l’attenzione per la realtà di arbusti, fiori, fogliame e frutti si fa sempre più attenta e precisa.
A questo punto però non abbiamo ancor messo in evidenza un altro aspetto della natura morta che attiene, in fondo, al mondo che potremmo definire “sacrificale. Nel senso che ogni frutto staccato dal ramo, o meglio ogni foglia e fiore recisi son repentinamente destinati ad avvizzire, morire, marcire. Evocando quindi il: “ Memento homo quia pulvis es et in pulverem reverteris”. In questa prospettiva ogni natura morta può assurgere al ruolo di vanitas”. D’altronde questo aspetto può esser anche completamente rovesciato e quindi interpretare la vivace esuberanza della “natura in mostra “ come un trionfo di sensuale edonismo.
Cerchiamo ora di cogliere alcuni elementi che, in antico, hanno preceduto le vere e proprie nature morte.
Se aprite in qualsiasi volume che vuol delineare una storia della natura in posa troverete, all’inizio, immagini che si riferiscono a quel pochissimo che rimane della pittura greco-romana. A Pompei il genere si trova un po’ per ogni dove, ma gli scavi sono ovviamente settecenteschi e non possono certo aver influenzato i pittori del Seicento, a meno che… Ma lasciamo da parte le solite sottigliezze congetturali e veniamo ad alcuni esempi solidi e pregnanti. Così preferiamo iniziare con un erede di quell’appasionato  “realista” che fu Giotto, ossia Taddeo Gaddi ( 1295/ 1300 – 1366) e con una sua immagine ad affresco che rappresenta una nicchia contenente oggetti liturgici

Siamo nella seconda metà del Milletrecento. La volontà dell’appropriazione della realtà e del gusto per l’illusione è più che evidente.

In un periodo leggermente più tardo, oggetti più disparati vengono realizzati in tarsie lignee nei cori, nelle sacrestie e negli studioli con un’attenzione per il vero che spesso ha qualche cosa di stupefacente. E ancora come dimenticare i fiori, le erbe e gli animaletti che costellano le bordure preziosissime di certi manoscritti miniati o gli inserti di natura freschissima che si annidano fra le grottesche di Giovanni da Udine ( 1487 – 1564) ?

 

Infine un intero studio andrebbe ovviamente dedicato ai brani di verità, che compaiono tanto numerosi nei dipinti tardo – trecenteschi e soprattutto rinascimentali. A questo proposito soffermiamoci solo un breve momento davanti a quel capolavoro di minuzie nordiche che è il Trittico Portinari di Hugo Van der Goes ( Gand 1435/40 circa – Rode klooster 1482) oggi agli Uffizi. Dipinto fra il 1475 e il 1476 e rappresentante l’Adorazione dei Pastori, in mostra, in primo piano, una stupefacente natura morta carica di allusioni riferite al nucleo centrale dell’evento che è la nascita del Logos. Ed ecco due vasi con fiori. Uno contiene un giglio di campo e tre iris. A terra, poco più oltre, un covone di grano e alcune violette.

 

Il grano, ovviamente, allude al Pane Eucaristico e quindi al Sacrificio Supremo. Le violette all’umiltà. L’umiltà di Dio che si è fatto Uomo ed è morto come un criminale qualsiasi. Il giglio del campo (Matteo VI,2 28/29 – Luca XII, 27) che supera in bellezza lo splendore di Salomone è, a nostra conoscenza, immagine poco indagata e che ha, invece, un’importanza capitale nel mondo della simbologia delle liliacee che va riferita non solo alla castità, ma anche e soprattutto, all’umile – regale (un ossimoro?) bellezza del Signore.
L’iris allude alla Trinità, tre petali e, sottolineiamo, tre fiori. Quindi attestazione della presenza trinitaria nel figlio. L’aquilegia, infine, è immagine delle tre Virtù Teologali ( fede, speranza, carità) e delle quattro Cardinali (giustizia, prudenza, temperanza e fortezza) che tutte si sommano in Cristo.
Un piccolo schema riassuntivo?
Cristo, pane Eucaristico, nell’umiltà della carne, Seconda persona Trinitaria, rifulge di umile gloria regale, adorno di tutte le virtù, teologali e cardinali.
Dopo questa brevissima lettura contenutistica di elementi naturalistici che appaiono nel contesto di opere di ben più antico respiro, tentiamo ora di delineare un più che sintetico panorama della natura morta italiana fra seicento e settecento.