Regione Emilia Romagna (La natura morta in Italia)

Non è certo facile, anzi per noi impossibile, delineare precisi confini stilistici fra pittori di nature morte Emiliane e Lombarde. La situazione ci sembra fluida sotto tutti i punti di vista; culturali, formali , contenutistici. Forse più che procedere a Ovest Est, si dovrebbe subito por mente a Bologna che, ovviamente, è centro importantissimo per tutte le espressioni d’arte. Fra queste, nel campo dell’editoria, fondamentali per delineare, in qualche modo, le “fonti” della natura morta ( e non solo bolognese – emiliana) van tenute ben presenti le innumerevoli illustrazioni che costellano a centinaia le opere “scientifiche” di Ulisse Aldovrandi ( Bologna 1522 – 1605). Realizzate in xilografia e spesso, formalmente, di gusto “naif” esse son nate da disegni di varia origine e, con la loro enorme diffusione, han costituito, un impareggiabile fonte iconografica per intere generazioni di artisti.

ulisse-aldrovandi

Ecco, si diceva, Bologna; ebbene se si analizza, con un poco di pazienza la lunga vicenda artistica della Città, di nature morte se ne trovano poche.

Certo chela Macelleria, Pescheria, Ortolana e il Pescivendolo di Bartolomeo Passerotti (Bologna 1529 – 1592), in pieno Cinquecento sembrano (o sembravano) promettere bene

Infatti nell’ottantatre arriva la più che sanguinolenta Macelleria di Annibale Carracci (Bologna 1560- Roma 1609)

Ma poi tutto, o quasi, si ferma lì. D’altronde, nonostante la famosa poesiola (peraltro apocrifa) che auspica un sapiente “mélange” di tendenze per uscir dalle secche manieriste, sarà infine vincente la via classicista che, ironia della sorte, colpirà mentalmente a morte il povero Annibale.

E chiaro, comunque, che tutto non finisce qui perché, a esser sinceri, bisogna almeno ricordare Paolo Antonio Barbieri (Cento 1603 – Bologna 1649) esperto in dolciumi, formaggi, verdure e carni

E ancora Pier Francesco Cittadini, detto il Milanese ( Milano 1613/16 – Bologna 1681), naturalista di buon respiro fra composizioni di verzure in paesaggio e vivacissime ghirlande di fiori, ma anche di più prosaiche rape, sedani e cardi.

Sia come sia a Bologna giganteggia, a cavallo fra Sei e Settecento, la figura di Giuseppe Maria Crespi, detto lo Spagnolo ( Bologna 1665 – 1747) che fu artista multiforme e grandissimo e di Religione, Storia, vita minuta, paesaggio e, finalmente, di nature morte. Poche, ma tutte sorprendenti, e non solo per la fisicità della rappresentazione, ma soprattutto per una sottile pateticità della scena che, evidentemente non vuol essere opulenta, ma piuttosto teneramente riflessiva sulla caducità dell’esistere. Così la tela del gran fiore di Aloe che supera di lungo la sua “partenza” scientifica per diventar emblema di meditazione fra morte e vita. E quindi le straordinarie “librerie” del bolognese Palazzo Martini ove la decoratività di un invenzione, unica nel genere, viene realizzata con calmo pittoricismo dai toni stupendamente ambrati. Cosicché le due ante librarie superano di gran lunga il genere “trompe l’oeil” per trasformarsi in riflessione (bonaria?) sull’inevitabile tramonto delle illusioni culturali.

Di Antonio Mezzadri ( notizie a Bologna intorno al 1688) diremo che quella data (1688) ci inquieta un poco perché il suo fare ci sembra ben più settecentesco. Leggero nel tocco del pennello, che si identifica pienamente nei teneri petali delle sue rose, tulipani e garofani è il pittore che al confronto di calibri come il Crespi può apparire inconsistente ma che se, pensato ad adornare i salotti dell’Arcadia, si colora di un suo speciale fascino sottile.

A questo punto ci sembra anche di poter dimenticare il debole Valentino ( Roma? – notizie a Imola nel 1661 e nel 1681) e il debolissimo figlio del Crespi Carlo Antonio ( Bologna 1712 – 1781), per prender la strada verso ovest e incontrare, fra Reggio, Parma e Piacenza, alcuni “colossi” della natura in posa che non sai bene se più lombardi o emiliani (parmensi o piacentini….)

Cronologicamente il primo ad apparire sulla scena è Bartolomeo Arbotori (Piacenza 1585 -? 1676) che è inventore di composizioni tanto affollate da sfiorare, formalmente, la struttura intellettiva e psicologica della “paura del vuoto”. Ne risulta un’accozzaglia di pollame (debitamente spiumato) frutti e ortaggi e contenitori ultra-manieristi (o barocchi) che sembra non vogliano lasciare tregua all’occhio dello spettatore. Il tutto espresso in forme turgide, allungate e contorte che sembrano voler trasmettere una sconcertante inquietudine di fondo.

Educato a Milano presso Giuseppe Nuvolose, Felice Boselli (Piacenza 1650 – Parma 1732) è da considerarsi una sorta di re della natura morta opulentemente padana.

Pollame e ancora pollame, cacciagione (in quantità esuberante) pesci e di mare lago e fiume, frutti dell’orto e del verziere, rari fiori, qualche ancor più rara persona ( la nostalgia per una pittura eroica?) riempiono un profluvio di tele che, per quanto ci riguarda, è ben difficile controllare criticamente. Anche perché ci siamo spesso chiesti quanti sono stati i collaboratori, gli allievi e gli imitatori. Caso emblematico in cui il criterio del rigore qualitativo denuncia una più che ondivaga presenza.

Comunque sia fra gli innumerevoli dipinti di Boselli ci sembra giusto ricordare la grande natura morta del Museo Civico Sanvitale di Fontanellato e per le dimensioni (ben tre metri di larghezza) e ancor più per le caratteristiche compositive e contenutistiche che ne fanno un’opera assolutamente esemplare.

A prima vista si tratta di un super- trionfo, quasi ossessivo di volatili pronti per il forno o la padella. Ma a meglio osservare, ci si accorge che l’insieme ben rispetta le regole classiche del comporre: un arco di cerchio e una forma piramidale che s’intersecano e che hanno il loro culmine nell’airone bianco in alto.

Ma l’enorme accumulo di pollame possiede anche una sua spazialità dovuta, non solo ai gradoni espositivi, ma anche e soprattutto dall’angolo del tavolaccio che spunta sghembo dall’accozzaglia con una forte funzione prospettica. Infine, in tanta gioiosa confusione, la vita continua a serpeggiare; i piccioni si dissetano tubando e il gattino ruba e mangia spudorato nel bel mezzo del palcoscenico. Di esseri umani nessuna traccia…No, meglio ci sono. Sono al di qua del quadro, annusando grassi odori e assistendo sbalorditi.

Se il Boselli è maestro insuperato di carni ancor vivide e, a volte, sanguinolenti, Cristoforo Munari (Reggio Emilia 1667 – Pisa 1720) squaderna ai nostri occhi, con lucidità mentale tutta nordica, nature veramente silenti, ove qualsivoglia materia sembra voler essere depurata d’ogni naturale contingenza. E la sigla, l’emblema di tutto son certe tazzine opalescenti e preziosissime della Compagnia delle Indie che più nette e lucenti di così non si può. Simboli di una cristallizzazione, o meglio “porcellanizzazione” di tutte le materie; frutti, dolciumi, carte, stoffe e legni che, infine, in apparente disordine, emanano tuttavia un assoluto silenzio.

Nel 1962 usciva in edizione italiana un curiosissimo romanzo di Fritz von Herzmanovsky – Orlando dal titolo : “Lo spaventacavalli nel roseto”. E la storia di Eynhuf, integerrimo impiegato presso l’Imperial Deposito dei Tamburi di Corte…A pag. 61 viene citato un:”….Tamburro da Caccia di Corte, dipinto di sua propria mano dal Signore Cagnacci, detto dai più Canlassi, in oglio, conla Divapagana Diana alla quale Ares tragge una scheggia di legno dal piede..” Formalmente Guido cagnacci (Santarcangelo di di Romagna 1601 – Vienna 1663) potrebbe ben essere situato a Est di Bologna ma, di fatto è personaggio difficilmente inseribile entro qualsiasi confine provinciale e non. Pittore di superbe qualità tecniche, formali e financo contenutistiche, il Cagnacci ci ha lasciato alcune rare nature morte (tutte comunque assai discusse) fra le quali spicca la celebre “ Fiasca fiorita”. Dipinto che, nell’assoluta perentorietà dell’immagine, sembra voler gareggiare conla Canestradi frutta di Caravaggio e rimandarci, per l’ennesima volta al racconto di Plinio. Ma la materia pittorica non è quella ossessivamente cristallina del Merisi, bensì pastosa e duttile, quasi cerosa. Inoltre l’invenzione allegorica , coltissima, s’incentra sull’idea di  “Vanitas “ sapientemente allusiva. Il solito vecchio teschio è  sostituito da un vecchio fiasco in parte spagliato, il serpente demoniaco dalle spire della paglia “ il pungiglione della morte” dal vetro spezzato e tagliente e i fiori, infine, (in gran parte liliacee – l’evangelico giglio del campo-) che appaiono dal buio e nel buio e che, fragili, sembrano contorcersi nel tentativo di sfuggire al potere delle tenebre.

Sul finire di questo brevissimo “excursus” della natura morta fra Emilia e Romagna ci sembra giusto ricordare almeno due nomi, quelli di Arcangelo Resani ( Roma 1670 – Ravenna 1740) e di Nicola Levoli (Rimini 1728 – 1801) che, al di là di gravi complicazioni biografiche e attributive, testimoniano di un’attenzione affettuosa per gli animali di casa e gli umili oggetti di stanza e cucina.

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