VENETO E VENEZIA

E vulgata diffusa che la pittura veneta sia povera di artisti appassionati di nature morte. Ma, come presto vedremo, si tratta di una falsa opinione. Intanto precedenti cinquecenteschi non mancano certo in laguna. A partire dagli animali e vettovaglie dei Bassano, o dal quel vero e proprio “ Trompe l’oleil di Jacopo de’Barbari ( Venezia 1460/70 – Malines o Bruxelles 1515 circa) che oggi si trova all’Alte Pinakothek di Monaco.(19)
Fra i primi pittori di fiori è giusto ricordare il prolifico Francesco Mantovano (Notizie dal 1636 al 1663) autore di innumerevoli quadretti di fiorami diligentemente composti in vasi classicheggianti e malizzati con impeccabile brio. Esempi di una naturalità decorativa che sembra voler rivaleggiare, nella tenerezza dei colori e delle forme, con certi fiori di stoffa o cera che inondavano, un tempo, gli altari di chiese non solo barocche. (20)
Di Elisabetta Marchioni (attiva a Rovigo nella seconda metà del Seicento) ricordiamo la vicinanza stilistica a Margherita Caffi (spesso quasi un’identità) e la sua presenza pressoché esclusiva in quel di Rovigo. Eppure non si tratta per nulla di un’artista provinciale. Anzi le sue affollatissime creazioni sono realizzate con una pennellata spigliata e briosa, in perfetta sintonia con la miglior pittura di tocco tanto diffusa in laguna.(21)
Anche felice Fortunato Biggi, come la Marchioni, inclina verso una pittura di macchia. D’origine parmense ma costantemente attivo a Verona fra la fine del Seicento e l’inizio del Settecento, il Biggi riesce tuttavia a organizzare, con armonia compositiva, i suoi eleganti mazzi di fiori. Curiosi e interessantissimi animati da una sorta di brezza sottile (Pinacoteca di Siena), inv. 206 – 236
A Venezia è attivo, nella seconda metà del Seicento, un pittore di origine nordica, che dipinge quasi sempre gruppi di cacciagione, Iakob Vande Kerckhoven (Anversa, 1637 circa- Venezia dopo il 1712). Nei suoi quadri agnellini, conigli, lepri (e più raramente pesci e crostacei) assumono una valenza fortemente palpabile(Berenson avrebbe detto tattile) dovuta prevalentemente a una inconfondibile esecuzione fatta di minuscole pennellate accostate con prestigiosa maestria.(23)
Molto più “italiano” l’aspetto delle composizioni di animali di Giovanni Agostino Cassana (Venezia, 1658 circa – Genova 1720). Appartenente a una famiglia di pittori d’origine genovese, il Cassan, ha dato molto filo da torcere agli storici dell’arte e per questioni attributive e, ancor più cronologiche. Le sue bestiole, soprattutto quelle di cortile, vivono e si muovono (spesso si agitano) con una vivacità non comune, frutto di una osservazione attenta e non priva, a volte, di un tocco di bonaria ironia (24)
Nulla si è ancor detto del genere “trompe l’oeil” che, come dice il termine; induce al sommo inganno ( ricordate il racconto più volte citato di Plinio?). In area veneta (e in Lombardia) questo tipo di quadri ha avuto una notevole fortuna. Si tratta di composizioni tendenti alla monocromia, ove vari oggetti (spesso facenti parte dello studio del pittore) vengono “riprodotti” con estrema minuzia e assemblati con la precisa intenzione di ingannare lo spettatore.
Fra i diversi autori del genere ci piace ricordare Andrea (o Domenico) Remps (Attivo a Venezia nella Seconda metà del Seicento). Il Remps, di indubbia origine e cultura nordica ci ha lasciato una serie di dipinti ove, su una parete di assi di legno chiaro, spiccano inchiodati, disegni e stampe più o meno spiegazzate. E ancora, su strette mensole, poggia una inconsueta minutaglia d’oggettini : penne, calamaretti, forbicine, compassi, libricini, orologi, piccole chiavi, pettini e altre minuscole bagattelle (25)
Un caso particolarissimo della natura morta in Veneto è quello dei dipinti di”ambito guardesco”
All’inizio dell’annosa questione, che cominciò negli anni Cinquanta, tanto il Fiocco che lo Sterling (e un poco più tardi il Morassi) riferirono a Francesco Guardi (Venezia 1712 – 1793) e al fratello Giannantonio (Venezia 1698/99 – 1760) alcuni dipinti di fiori e rari volatili (presto diventati una valanga) che presentavano caratteristiche formali e cromatiche tipicamente “guardesche”. Si trattava di creazioni sotto molti aspetti inusitate, se non stupefacenti. Realizzate con una libertà formale ed espressiva senza eguali. Una struttura non struttura ove la concezione della più viva decoratività si eleva a livelli inconsueti.
Presto però iniziarono a serpeggiare fra gli studiosi non pochi dubbi che, infine, diventati torrenti in piena, hanno ridotto, oggi, le nature morte che già furono assegnate a Francesco Guardi ad : “Ambiente Guardesco”
Due sono principalmente gli elementi che han provocato questa degradazione. Il primo è da mettere in relazione alle firme apposte ai dipinti risultate false (e moderne). Il secondo è più psicologico che oggettivo. Perché l’incredibile decorativismo ha spinto molti storici a creare un rapporto con certe lacche venete del tempo che, per quanto straordinariamente briose, non raggiungono mai la qualità di queste strepitose invenzioni.
Ci chiediamo se oggi, dopo mezzo secolo di polemiche di dinieghi, non sia giunto il tempo di riconsiderare tutta la questione. Partendo, per esempio, da un semplice dato di fatto; a noi il tocco del pennello che ha realizzato le figurette delle più che certe vedute di Francesco ci sembra giustamente sovrapponibile a quello dei fogliami, intrecci, frutti e fiori che guizzano nelle nature morte di …..”Ambiente Guardesco” (26)