Adolfo Wildt. Milano 1868-1931. Celebre scultore, raffinato grafico e incisore. Artista visionario, assoluto protagonista della scultura internazionale a cavallo tra Otto e Novecento, in vita molto conosciuto e discusso, è stato vittima, dopo la morte, di una condanna all’oblio dovuta in gran parte all’accusa, in buona misura eccessiva, di essere stato un artista di regime. Riscoperto e giustamente rivalutato negli anni 80, resta un artista spiazzante, una sorta di genio solitario, la cui opera sta in meraviglioso equilibrio fra il prodigiosamente antico e lo straordinariamente moderno. Cresciuto negli anni di diffusione del Liberty prima e del Simbolismo poi, Wildt elabora un linguaggio del tutto personale, mescolando l’espressionismo con l’amore per i classici, le suggestioni del Rinascimento, la lezione di Michelangelo, la raffinatezza del Canova, ma anche la modernità di Gustav Klimt, Modigliani, Casorati, riuscendo a dar vita a potenti e inedite soluzioni formali. Di famiglia poverissima, a undici anni è a bottega come sbozzatore da Giuseppe Grandi (capostipite della scultura lombarda dell’800 e autorevole rappresentante della Scapigliatura); a tredici passa alla bottega di Federico Villa, e solo più tardi, nel 1885, seguirà il corso di Disegno e Figura all’Accademia di Brera. Continua a lavorare prima come appuntatore (addetto cioè a sistemare sui calchi in gesso i chiodini o repere, che fungono da unità di misura per lo scultore nel passaggio dalla struttura in gesso alla scultura finale in marmo), e poi come rifinitore per noti scultori lombardi, acquisendo una tecnica eccezionale, che nelle sue opere arriverà a una resa plastica e materica contraddistinta da una finitezza eburnea delle superfici che quasi trasfigura l’amatissimo marmo bianco. La prima scultura è Atte o La vedova, ritratto della moglie esposto alla Società d’Arte Moderna di Roma nel 1894, che gli procura l’attenzione di un mecenate, il collezionista prussiano Franz Rose, che lo seguirà e lo sosterrà fino al 1912, svolgendo un ruolo anche economico molto importante nella sua vita. Grazie a lui l’artista viaggia ed espone in Europa, soprattutto in Germania e Austria, superando il provincialismo lombardo ed entrando in contatto con i linguaggi della Secessione, attratto in particolare dalle opere di Adolf von Hildebrandt e Auguste Rodin. Tra il 1906 e il 1909 attraversa una profonda crisi, dalla quale emerge con l’Autoritratto o Maschera del dolore (1909), in cui compaiono quelle cifre formali che si ritroveranno nella sua opera: le orbite cave, l’oro, la forma svuotata, tridimensionale ma saldata alla lastra bidimensionale di fondo. Di questi anni i marmi Maschera dell’Idiota (1910), Vis temporis acti (1911), Trilogia (1912) che testimoniano la sua vicinanza al Simbolismo. Il riconoscimento in Italia avviene nel primo dopoguerra grazie ai contatti con il gallerista Vittore Grubicy, il pittore Gaetano Previati, l’editore Giovanni Scheiwiller,i critici Raffaele Giolli e Margherita Sarfatti, e con l’industriale Giuseppe Chierichetti, conosciuto nel 1918 in seguito al successo di un ritratto in marmo del piccolo Augusto Solari, opera sorprendentemente delicata e piena di dolcezza. Chierichetti nel 1919 gli commissiona per il palazzo Berri-Meregalli (dove si trova tuttora) la Vittoria alata, opera modernissima, ancora una volta fuori dagli stilemi del tempo; nello stesso anno una personale alla Galleria Pesaro di Milano sancisce la sua definitiva affermazione. Oltre alla Vittoria vi espone alcune notevoli opere grafiche e la prima versione marmorea dell’Orecchio, opera quasi surreale, concepita come un ingrandimento dell’orecchio del Prigione (1915), e più volte replicata; famosa la versione in bronzo realizzata nel 1927 e collocata come citofono, su indicazione dell’architetto Andreani, all’ingresso del palazzo Sola-Busca in via Serbelloni a Milano, dove è tuttora visibile. Nel 1922 partecipa alla Biennale di Venezia, che gli dedica un’intera sala; apre a Milano la Scuola dell’Arte del Marmo, dove insegna gratuitamente l’arte dello scolpire questo materiale. La sua prossimità al regime fascista si sostanzia nel 1922 con la sua adesione al Novecento italiano, il movimento promosso da Margherita Sarfatti per il rinnovamento dell’arte italiana nella direzione del “ritorno all’ordine”. La sua produzione di questo periodo predilige quindi monumenti e ritratti, tra i quali il notissimo Ritratto di Mussolini, più volte riprodotto in marmo o in bronzo (suo anche il busto di Mussolini sulla Casa del Fascio di Milano, abbattuto a colpi di piccone nell’aprile del 1945). Nel 1926 ottiene la cattedra di Scultura e Figura all’Accademia di Brera, dove avrà come allievi anche Lucio Fontana e Fausto Melotti. E’ ormai una personalità, che conta fra i propri estimatori personaggi celebri come Arturo Toscanini (che gli commissiona un busto memorabile, oggi conservato presso la Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma e in replica nel Foyer del Teatro alla Scala di Milano), D’Annunzio e Pirandello, per il quale realizza le maschere del dramma “Sei personaggi in cerca d’autore”. Lavora ai monumenti funebri di famose famiglie milanesi (Hoepli, Bistoletti, Korner, Chierichetti, Sarfatti) posti nel Cimitero Monumentale di Milano. Nel 1929 entra a far parte Consiglio Superiore per le Antichità e Belle Arti ed è nominato Accademico d’Italia. Poco prima della sua morte la Quadriennale di Roma dedica un’intera sala alla sua produzione. La sua tomba al Cimitero Monumentale di Milano è un semplice monumento disegnato da Giovanni Muzio  sul quale è stata posta una fusione in bronzo del celebre Autoritratto. Sue opere sono presenti in importanti collezioni private e prestigiose residenze (come per es. Villa Necchi Campiglio di Milano), al Cimitero Monumentale di Milano, e nei maggiori musei italiani e stranieri (Musei Vaticani, Musei Civici di Forlì, GAM di Milano, Ca’ Pesaro a Venezia, Musée d’Orsay Parigi). (mb49)

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