Gli Imperatori Giustiniano e Teodora a Ravenna

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 Gli Imperatori Giustiniano e Teodora a Ravenna

 

In verità è più probabile che la coppia imperiale non abbia mai messo piede a Ravenna.

Tuttavia il Basileus e consorte sono presenti nel presbiterio di San Vitale raffigurati in due straordinari mosaici.

La basilica ravennate di San Vitale fu consacrata dal Vescovo Massimiano nella primavera del 457 o forse meglio del 548. Quindi la decorazione musiva dovrebbe precedere queste date.

L’esterno fortemente articolato nella varietà dei volumi si presenta praticamente spoglio d’ogni ornamento, mentre l’interno appare splendente di marmi che hanno la qualità minuta dell’oreficeria e rutilante di mosaici. Cosicché sembra prender corpo il detto evangelico:”…Fuori nelle tenebre..”(Matteo XXII,13 E XXV,30)

I due grandi mosaici dei cortei imperiali sono situati ai lati della mensa. E il Basileus e la Basilissa sono raffigurati nell’atto di portare le offerte all’altare. Attorniati dai dignitari essi, perfettamente frontali, più che incedere sembrano “scivolare” lentamente su un pavimento praticamente inesistente.

Difficile, se non impossibile, pensare che i loro piedi, preziosamente calzati, tocchino terra. Sono atteggiamenti, o meglio situazioni che corrispondono a una di quelle tradizioni senza tempo e senza precisa localizzazione che esprimono la “trascendenza” della regalità. Ossia, il potere sacro, essendo tramite fra basso e alto, fra cielo e terra, tende naturalmente a sollevarsi da quest’ultima. Così L’Imperatore cinese non toccava mai ufficialmente il suolo e, in un tempo non molto lontano, il Romano Pontefice si presentava in pubblico sollevato sulla Sedia Gestatoria. Poi le ventate dell’eresia pauperistica l’hanno scaraventato sulla “papamobile” che non è altro che una delle tante risibili e grottesche caricature della liturgia, ahimè, moderna.

I due corteggi appaiono, a prima vista compatti e impeccabilmente simmetrici l’uno a l’altro. E per noi, figli del formalismo novecentesco “astratti”. Ma, a ben guardare il tutto è pervaso da una sequenza articolata secondo piccoli scarti strutturali che rendono vivissime le due scene. Come incredibilmente vivi e personalissimi sono i volti dei vari personaggi. Veri e propri ritratti che raggiungono un apice inatteso nella figura del Vescovo Massimiano, magro, calvo e ascetico. Segnato di chissà quali preoccupazioni pastorali e politiche.

Certo, le regole della più rigorosa etichetta gerarchica sono perfettamente osservate, ma, se ci soffermiamo un istante su certi particolari ci accorgiamo che, per esempio,  nel gioco dei calzari, quegli imperiali sono ben caratterizzati da un rosso fiammante( le scarpe di marocchino rosso dei papi!), ma quelli del vescovo sopravanzano tutti e (ho meraviglia!) è l’unico indicato con una evidentissima scritta. Sembra un dettaglio, ma per chi conosce solo un pochino la tradizione, sa che il nome è l’uomo. Cosicché si può pensare che, in questo contesto, Massimiano afferma la sua superiorità spirituale rispetto all’Imperatore. Il che, per i nostri schemi storici, è semplicemente stupefacente.

Comunque sia il Basileus occupa, ovviamente, il centro della scena e si distingue per l’ampia veste color porpora che, come tutti sanno, è colore eminentemente imperiale. Tanto che ancora, negli ultimi secoli dell’impero Asburgico, da Vienna partivano i diplomi debitamente firmati in rosso-carminio dal monarca di turno.

Oro e gioielli ricoprono il grande personaggio, aureolato come un santo. Ma, si badi bene, non perché egli è personalmente dotato di eroiche virtù teologali e morali, ma perché le sue funzioni sono eminentemente sante. Sovrano terreno di una corte che è in tutto e per tutto, riflesso della reggia del cielo.

A destra splende il corteo di Teodora che, a sentir Procopio di Cesarea(sec. VI) fu donna di pessimi costumi. E certo, comunque che questa figlia di un domatore d’orsi, esercitò una profonda influenza anche sulle vicende politiche del suo tempo.

A questo proposito è tuttavia curiosa, se non sconcertante la figura di Procopio, lo storico centrale dei fatti bizantini del VI sec. Esatto e impeccabile negli otto libri della “Storia delle guerre di Giustiniano”. A dir poco encomiastico nei sei libri “Sugli Edifici”, appare infine narratore violentissimo nella “Storia Segreta” ove Giustiniano e Teodora(quest’ultima in particolare) appaiono descritti come due  veri e propri criminali non solo politici. Lo stile è concitato e talmente denso di fatti riprovevoli; anzi orrendi, da far dubitare non tanto dell’autenticità dell’opera, quanto dell’equilibrio emotivo dell’autore.

Ma ritorniamo al pannello ravennate dedicato alla Bsilissa e al suo corteo. Al contrario di quello dell’Augusto è in parte ambientato in una struttura architettonica che ha il suo fulcro nell’esedra che inquadra l’Imperatrice. Alcuni elementi, come il fonte a sinistra, ci ricordano che le forme della classicità non sono certo morte con Bisanzio e che, comunque, continueranno a vivere, come fiume carsico, per tutte le varie età medievali fino al rifiorire rinascimentale.

Teodora è anch’essa rivestita di porpora; anch’essa nimbata e impreziosita da allusioni liturgiche come testimoniato, ad esempio, del corteo dei Magi che spicca sull’orlo della veste. Ma quello che più ci deve attrarre è la profusione impressionante di gioielli che l’adornano, ricoprendo, fulgidi, busto e capo.

Le donne dei tempi nostri, quelle almeno della maggioranza del politicamente corretto, rifuggono dall’oro e dalle pietre preziose, che considerano oggetti ostentatori, volgari; un insulto alla povertà dei più. Errore madornale e imbecille. Infatti è evidente, come insegnano tutte le antiche tradizioni, che ogni diamante, rubino, smeraldo, perla; ogni vivido cristallo, catturando e riflettendo l’immaterialità della luce, danno vita all’unica realizzazione visibile dello Spirito.

Ma oltre allo splendore intrinseco delle gemme i due mosaici brillano di un inusitato cromatismo. Si guardi all’invasione del tono verde-smeraldino che predomina agli estremi e irrompe in basso. Poi toni aranciati, bianchi immacolati o perlacei, rossi-rubino dei carbonchio, spinello o balascio, azzurri limpidi come acquemarine d’oriente, porpora , copiosissima porpora.

Tessuti trattati con minuzie da orafo e l’oro infine. Quell’oro incorruttibile che è simbolo di spazio senza confini e senza tempo, puro splendore.

Ma, infine, il fascino estetico di questi due mosaici (come di tutti i mosaici autenticamente antichi) risiede nel variare continuo della luminosità. Nel palpitante scintillio delle tessere che cercano costantemente di gareggiare con i più puri e fantasmagorici cristalli. Quindi ecco l’irregolarità dei minuscoli tasselli, che lasciano trasparire i bianchi del supporto gessoso, con qualche misterioso tocco di nero. Ma l’irregolarità si sposa con una sapientissima disparità di livelli, cosicché l’incidenza della luce varia all’infinito. Tessera per tessera, trasformando la materia inerte in una cosa viva, come un prato colmo di fiori sotto i raggi del sole.

 

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