UN APPUNTO SULL’OGGETTIVAZIONE VISIVA DEL “ Sermo Rusticus”

Come sempre è difficile, forse impossibile, fissare, nel trapassare degli eventi dell’arte, fenomeni totalmente nuovi e date precise. Però, soprattutto da un punto di vista didattico, è necessario indicare alcuni accadimenti che stanno alla radice di fatti che, ovviamente, trovano la loro espressione in manufatti specifici.

E nel corso della Tetrarchia, o meglio dell’Impero di Diocleziano (294 – 305), che appaiono inclinazioni formali tendenti a vanificare l’antico naturalismo (se pur idealizzato) della tradizione greca prima, e ellenistica poi a favore di forme tendenzialmente antinaturalistiche, simboliche e gerarchizzate.

Nell’Arco di Costantino (che in verità, è una sorta di puzzle) compaiono anche alcuni rilievi che denunciano inusitate deformazioni anatomiche che non sai se frutto di inesperienza o di un nuovo formalismo funzionale all’espressione di alcune parti del corpo.

Intanto lo straordinario espansionismo cristiano innesta, progressivamente, su ogni declinazione del linguaggio, elementi spirituali e trascendentali che mirano a oggettivarsi in elementi “umanistici” e luministici.

Fin qui si son posti, brevissimamente, in evidenza fenomeni che sono, in un certo senso, elitari. Fenomeni che produrranno, per secoli, forme d’arte di grande raffinatezza e tecnica formale. Si tratta di un’arte di Corte e d’alta Chiesa, in fondo intenzionalmente “europea”, che vive e s’impreziosisce vieppiù dell’osmosi con gli splendori di Bisanzio

Di Corte e d’Alta Chiesa, ove scrittura e linguaggio non possono essere che l’aulicità classica di greco e latino.

Ma le plebi rurali (e non) si esprimono in altro modo. Non dicono equus  ma caballus.

E il “sermo rusticus”. E nella figuratività, ugualmente è stato “sermo rusticus”.

Forse, chissà, le stesse chiese dei piccoli villaggi campestri furono rustiche; di legno e paglia come le casupole e quindi scomparse. Alcune di pietrisco, più che di pietra, miserabilissime, sono tuttavia sopravissute; a una sola aula, spoglie e umilissime. Quali saranno stati i loro arredi? Calici, patene, immagini, libri liturgici, paramenti? A noi sembra che pochissimo sia sopravissuto.

D’altronde è possibile istituire, o immaginare rapporti con l’arte popolare di tutti i tempi? Quella testimoniata, per esempio, dagli ex voto e dall’Epinal? Dalle immaginette cromolitografiche e traforate, ancora vive appena qualche anno fa?

Tutto pietistico e molto “kitsch”…. O forse, meglio, ultimo rifugio saporoso e vero del sacro?

Non sappiamo.

Ma ritornando tuttavia a quelli che son detti, tanto impropriamente, i secoli bui, fra declino della romanità d’occidente e barbari (invasori stanziali), forse possiamo evidenziare, fra i tanti, un singolare fenomeno. L’arte colta, quella che sa, figurativamente di latino ciceroniano e di greco sofocleo; quella che, comunque, se ne vive a corte, produce piccoli, a volte minuscoli, splendori: oreficerie, libri miniati, ricami, tessuti, avori. La statuaria, il rilievo, il marmo, la pietra sembrano subire una lunga eclisse.

S’interrompono le tradizioni tecnico-qualitative del fare? Chissà….

Certo è che oggi, a distanza di molti secoli, il fenomeno sembra, in un certo senso ripetersi. In pochi decenni enormi possibilità espressive pittoriche, scultoree e artigianali si sono letteralmente dissolte.

La sconfinata marea delle distruzioni rivoluzionarie, ha preso velocissimamente il sopravvento e solo sporadicamente appaiono ancora alcuni residui del fare antico: moda, stoffe, oreficerie, illustrazioni. Comunque tutte cose carissime, per ricchi; quelli stessi che pagano cifre strabilianti per un Basquiat e che poi dormono fra sete dorate e fanno pipì in water di cristallo di rocca incastonati d’acquemarine.

Le plebi dell’Impero scomparse?

O meglio le plebi vessate dagli Unni, Vandali, Longobardi?

Ed ecco, un poco inattesa un tipo di scultura che è figlia si dei dialetti romani, delle provincialità di Gallia, o Iberia, ma che, nonostante tutto, ha un suo sorprendente sapore.

Ci soffermiamo su due rilievi che cronologicamente, sembrano stare all’inizio e alla fine della vicenda.

Il primo si trova in Francia a Garin (Alta Garonna). Si tratta di un frammento di sarcofago Merovingio databile al sec. VI (1)

 

 

 

 

 

 

 

 

Dobbiamo subito dire che è evidente l’assoluta cancellazione d’ogni naturalismo greco, ellenistico, o romano. Ogni valenza “umana” si è dissolta; Ogni elemento in qualche modo legato alla natura si è cancellato. L’anatomia, intesa, in senso classico, letteralmente, non esiste più. Orecchi, nasi, occhi, bocche sono ridotti a rigidi schemi, fra l’altro malamente formulati.

Intorno, a riempire uno spazio totalmente appiattito, forme decorative, incise brutalmente nella pietra, si accumulano senza alcuna razionalità.

Eppure, a guardar bene, questa “bruttura” è ancor figlia dell’antichità. Il nucleo dell’organizzazione compositiva corrisponde, in qualche modo, al concetto di ortogonalità. I tre volti sono incorniciati da quella che un tempo fu la decorazione a ovuli. Quegli ovuli, simboli di fertilità; di vita sul punto di “esplodere” che han connotato tutta l’architettura (e non solo) di Grecia e Roma.

Il signore a destra è rappresentato in busto ed è dotato di un’ispidissima barba. Personaggio quindi maschile e autoritario; Un “Pater Familias” insomma, in contrasto con l’umile moglie che gli sta accanto, sulla sinistra. E se la terza testa fosse quella del figliolo? Ma, a questo punto, non abbiam forse dato una lettura “completa” dell’opera? L’essenziale non è ancora giustamente comunicato?

E formulazione sommamente ingenua? Infantile?

Possiamo affermare che è dialetto? Sermo Rusticus?

“Caballus” invece di “Equus”?

 

A distanza di cinque secoli (cinquecento anni!), nel corso dell’undicesimo secolo, sempre in Francia, è stata scolpita questa straordinaria Annunciazione. Si trova a Selle-Sur-Cher (Loir et Cher), quale parte del fregio absidale della chiesa di S. Eusice (S. Eusino?) 2.

 

 

 

 

 

 

La scena è di una assoluta semplicità: una donna seduta e un angelo. La prima, ovviamente, è la Santa Vergine, il secondo l’Arcangelo Gabriele. Maria è seduta su una sedia a “rocchetto”, porta il velo verginale e appare pensosa all’Annuncio. Tanto pensosa che le pieghe delle manica si accumulano, una sull’altra, sotto il peso della grande testa. Il volto, che non sembra punto quello di una giovinetta, è realizzato con tratti fortemente sporgenti. Il naso invade la faccia, leggermente scorciata. La bocca sparisce, compressa com’è fra l’insieme del viso e il palmo della mano.

L’Angelo precipita letteralmente dall’alto. Smisurate le ali rispetto all’esilità del corpo. In un certo senso, come gli uccelli, egli fa parte delle infinite creature dei cieli. E corporeamente inesistente, è tutto volo e piume. Ed è anche tutto pensiero (l’enormità della testa….). Così come è ben evidenziata la mano che saluta e annuncia.

Chiaro è che le accentuazioni anatomiche e formali, le deformazioni sono perfettamente funzionali all’espressività dei contenuti. E questa sarà una costante caratteristica nell’incipiente romanico.

La pietra (non il marmo) è intagliata sommariamente, ma con forte e risentito rilievo, tanto che in più di un punto significativo si addensano forti le ombre. Infine è d’obbligo immaginare la sacra scenetta tutta accesamente colorata.

Ed ecco allora, che l’abbandono d’ogni antica verosimiglianza, produce un qualche cosa di inusitato: un’espressività fortemente sintetica che riesce a cogliere e formulare, magistralmente, le essenze primarie e primordiali.