Un mosaico bizantino

 

Visto che lo spirito è invisibile come lo si può rappresentare? La domanda sembra insensata soprattutto perché è contradditoria.

Cerco di cogliere alcuni termini del problema che stanno alle radici della figuratività d’occidente.

Recita il Primo Comandamento: Non ti farai idolo né immagine di ciò che è lassù in cielo, né di ciò che è quaggiù in terra. Non ti prostrerai davanti a quelle cose e non le servirai. Perché….” (Deuteronomio V, 8 e seguenti).

E questa, affermazione chiarissima del monoteismo di fronte a un oceano di genti idolatre. Non solo, è l’asserzione dell’impossibilità di rappresentare l’invisibile, ma è anche l’annuncio velato Dell’Incarnazione del verbo.

Come rappresentare Dio prima che Questi diventi Carne? Afferma San Giovanni nel celeberrimo prologo al suo vangelo:” E il Verbo, si fece Carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi vedemmo la sua gloria, gloria come di unigenito del Padre, pieni di grazia e verità”(Giovanni I,15)

Dio, ora, si è reso visibile (Affermazione per molti scandalosa)

Dopo secoli di calma apparente, venata comunque da tendenze contrastanti, tuttavia poco esplicite, intorno al 730 scoppia, virulenta la crisi iconoclasta sostenuta dall’Imperatore Leone III l’Isaurico (680-741)

Saranno quindi Germano di Costantinopoli e ancor più S. Giovanni Damasceno (675ca.-749) che, annunciando alcuni principi, codificati dal Secondo Concilio di Nicea (785), metteranno fine al gravissimo turbamento che ha colpito la Cristianità, soprattutto orientale. L’enigma della rappresentazione della Divinità viene finalmente chiarito. Infatti con L’Incarnazione del Logos l’invisibile diventa visibile e la sua raffigurazione non solo è lecita ma necessaria. Necessaria perché se rigettata viene messa in dubbio la realtà di Dio vero Uomo.

Nella lunetta sovrastante la porta Imperiale di Hagia Sophia a Costantinopoli sono rappresentati Cristo in trono, le icone della sua Santa Madre, di San Michele Arcangelo e dell’Imperatore Leone VI(889-886) o più probabilmente Basilio I, il Macedone(812ca.-886). Quest’ultimo ne è effigiato nell’atto di venerare le Sacre Immagini(PROSKYNESIS).

Questa grandiosa composizione riflette, in parte, la descrizione che l’Imperatore Costantino VII Porfirogenito(905-959) fa nel “libro delle cerimonie” a proposito delle:” Norme che bisogna osservare in occasione di una processione alla Grande Chiesa ecc.(Cap.XXVIII)

L’insieme, perfettamente simmetrico, è dominato dall’Immagine di Cristo in trono.

Il Salvatore tiene aperto il vangelo che riporta due scritte desunte da San Giovanni:”La pace sia con voi” e “Io sono la Luce del mondo” Il Signore è rivestito della tunica e pallio bianchi, allusione all’episodio della Trasfigurazione. Alla sua destra la figura, racchiusa in un clipeo della Vergine e alla sinistra un Angelo(con ogni probabilità l’Arcangelo Michele). In basso l’Imperatore, non genuflesso, non inginocchiato, ma letteralmente prostrato. E chiaro che tutti questi elementi stanno a indicare il trionfo dell’Ortodossia; degli iconoduli sugli iconoclasti.

Da un punto di vista formale il mosaico appare fortemente espressivo. Cosicchè, per esempio, le mani, che sembrano sproporzionate all’atto della benedizione, della preghiera e dell’implorazione. Il corpo dell’imperatore è strutturato secondo un sistema di linee curve vigorosamente accentuate al fine di determinare una sensazione di vitalità compressa e totalmente sottomessa a Cristo-Re. Il volto ha tratti fisionomici semplificati quasi all’inverosimile, ma pur sempre miracolosamente individuali.

Ritorniamo ora alla questione iniziale(come rappresentare il non visibile)e, lasciando da parte le problematiche teologiche che abbiamo appena sfiorato, cerchiamo il”come materico”della raffigurazione.

Oro e pietre preziose stanno al centro della questione.

L’oro è materia inossidabile, incorruttibile e sempre splendente. E colore e non colore; suggerisce uno spazio immobile, senza confini, eterno. Così le pietre preziose catturano la luce, anzi la conservano viva, anzi la rimandano smagliante agli occhi attoniti dello spettatore.

Esattamente nel corso del Primo Concilio di Nicea(325) fu formulato il credo che recita:”….lumeu de lumine….” Quindi è la luce che assume un ruolo primario nella “definizione” del Logos.

Ora tutte le arti medioevali sono intessute d’oro e di gioie. Primariamente il mosaico che ha in sé tutte le caratteristiche dell’incorrutibilità e che riflette in continuazione vivissimi i barbagli della luce.

Nella lunetta costantinopolitana le vesti e il trono di Cristo sono splendenti di pietre preziose. Cos’ le due icone della Vergine e dell’Angelo e ancor più dell’Imperatore che indossa una clamide bianca tramata d’oro e i gioielli rituali.

Il tutto stagliato sullo spazio senza confini e tempi delle tessere rutilanti dell’inalterabile colore- metallo.