fondo oro

Il Fondo oro è una tecnica pittorica molto antica: usata nei mosaici fin dall’epoca paleocristiana, se ne hanno le prime tracce in pittura nell’area bizantina, ed è presente in Italia già dal XII° secolo soprattutto nei dipinti su tavola, ma anche nella miniatura e nel mosaico. Consiste nella doratura del fondo del dipinto, attraverso una tecnica che Cennino Cennini ben descrive nel suo Libro dell’Arte, importante trattato scritto in volgare all’inizio del XV° secolo. Oggi, per estensione, indica un dipinto qualsiasi che usi tale tecnica, nonché uno dei settori più ambiti del collezionismo artistico. Nei dipinti italiani del medioevo e del primo rinascimento, l’oro viene usato con valore di simbolo, un’allusione all’irraggiungibile, alla sfera celeste del Sacro. Inoltre, a differenza dell’argento e di altri metalli, è un elemento inossidabile, e perciò perennemente splendente. E’ così che fino al 1300 le figure sacre, carartterizzate da un’aura di preziosità e raffinatezza, non risaltano sullo sfondo del cielo, del paesaggio o delle architetture, ma su un campo d’oro, dove non sono possibili profondità e ombreggiature (un esempio di eccezionale bellezza è la famosissima Maestà del Duomo di Siena di Duccio di Buoninsegna). Nel medioevo l’oro è considerato un vero e proprio colore, che viene applicato alle tavole (precedentemente stuccate attraverso un accurato e laborioso procedimento finito con due strati di gesso) in lamine sottili (foglie). Gli artigiani specializzati, i battiloro, fabbricano la foglia d’oro martellando delle monete fino a ridurle in lamine sottilissime; fino al XX° secolo il peso della foglia d’oro sarà misurato sulla base del ducato, moneta d’oro dell’Italia medievale: lo spessore è determinato dal numero di foglie (ognuna di circa 8,5 cm) ricavate da un unico ducato. Sul gesso si traccia con il carboncino di salice il disegno, perfezionato ripassandolo con “acqua chiara e alcune gocciole d’inchiostro”; quindi sulla base del disegno la tavola viene preparata per la doratura, stendendo uno strato di bolo, un’argilla per lo più color terra di siena, (preparazione rossa), ma che esiste nella preparazione in terra verde, più antica, che conferisce all’oro una tonalità più fredda. La foglia si fissa alla base con mordenti all’acqua (di solito chiara d’uovo), lavorando per rettangoli che vengono soffiati (a causa dell’estrema leggerezza del materiale ) su un pennello e applicati con la pressione delle setole, sovrapponendo i bordi delle foglie; spesso l’oro è inciso, come nelle aureole, con rotelle e punzoni. La superficie così ottenuta appare di un giallo opaco piuttosto piatto, che ritrova splendore solo se lisciata (brunita) con il brunitoio (una pietra arrotondata ma anche un dente di animale). Molti dei fondi d’oro delle pitture medievali su tavola sono strofinati sino ad ottenere una levigatezza brillante a specchio, prima che vi siano aggiunti gli altri elementi della scena, ma alcuni non vengono intenzionalmente bruniti, fissando così la scena dentro una tremula luce scintillante. Con Giotto, che sviluppa un suo stile personale abbandonando almeno parzialmente il fondo oro e gli schematismi bizantineggianti, la pittura torna a raffigurare il mondo, e ricompare il cielo. E’ così che nel Trecento si inizia lentamente a preferire sfondi architettonici e paesistici, riducendo gradualmente la percentuale di tavola decorata a oro, una scelta pittorica in cui la scuola senese si trova all’avanguardia. Ma è solo con il pieno Rinascimento che giunge la consapevolezza del valore degli sfondi realistici, e la tecnica del fondo oro comincia a cadere in disuso, in concomitanza con la scoperta della pittura a olio, che permette un maggior gioco di luci, consentendo di percepire volumi e profondità all’interno dei dipinti: protagonista diventa l’uomo, non più il sacro. La tecnica del fondo oro resta in uso comunque ancora a lungo, almeno per tutto il Cinquecento, sia per particolari richieste della committenza, sia per un persistere del gusto arcaico in zone più periferiche. Nelle zone di influenza della religione ortodossa la tecnica non ha mai subito cali di popolarità, venendo tuttora usata nella realizzazione delle icone. In epoca moderna la foglia d’oro è stata utilizzata da molti pittori ed artisti, fra i quali il più famoso è senza dubbio Gustav Klimt (1862 – 1918). Durante quella che è definita la sua golden phase, l’artista realizza una serie di opere con la foglia oro: molto famosi il Ritratto di Adele Bloch-Bauer (I°, 1907), e soprattutto Il Bacio (1907/8).

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Il Fondo oro è una tecnica pittorica molto antica: usata nei mosaici fin dall’epoca paleocristiana, se ne hanno le prime tracce in pittura nell’area bizantina, ed è presente in Italia già dal XII° secolo soprattutto nei dipinti su tavola, ma anche nella miniatura e nel mosaico. Consiste nella doratura del fondo del dipinto, attraverso una tecnica che Cennino Cennini ben descrive nel suo Libro dell’Arte, importante trattato scritto in volgare all’inizio del XV° secolo. Oggi, per estensione, indica un dipinto qualsiasi che usi tale tecnica, nonché uno dei settori più ambiti del collezionismo artistico. Nei dipinti italiani del medioevo e del primo rinascimento, l’oro viene usato con valore di simbolo, un’allusione all’irraggiungibile, alla sfera celeste del Sacro. Inoltre, a differenza dell’argento e di altri metalli, è un elemento inossidabile, e perciò perennemente splendente. E’ così che fino al 1300 le figure sacre, carartterizzate da un’aura di preziosità e raffinatezza, non risaltano sullo sfondo del cielo, del paesaggio o delle architetture, ma su un campo d’oro, dove non sono possibili profondità e ombreggiature (un esempio di eccezionale bellezza è la famosissima Maestà del Duomo di Siena di Duccio di Buoninsegna). Nel medioevo l’oro è considerato un vero e proprio colore, che viene applicato alle tavole (precedentemente stuccate attraverso un accurato e laborioso procedimento finito con due strati di gesso) in lamine sottili (foglie). Gli artigiani specializzati, i battiloro, fabbricano la foglia d’oro martellando delle monete fino a ridurle in lamine sottilissime; fino al XX° secolo il peso della foglia d’oro sarà misurato sulla base del ducato, moneta d’oro dell’Italia medievale: lo spessore è determinato dal numero di foglie (ognuna di circa 8,5 cm) ricavate da un unico ducato. Sul gesso si traccia con il carboncino di salice il disegno, perfezionato ripassandolo con “acqua chiara e alcune gocciole d’inchiostro”; quindi sulla base del disegno la tavola viene preparata per la doratura, stendendo uno strato di bolo, un’argilla per lo più color terra di siena, (preparazione rossa), ma che esiste nella preparazione in terra verde, più antica, che conferisce all’oro una tonalità più fredda. La foglia si fissa alla base con mordenti all’acqua (di solito chiara d’uovo), lavorando per rettangoli che vengono soffiati (a causa dell’estrema leggerezza del materiale ) su un pennello e applicati con la pressione delle setole, sovrapponendo i bordi delle foglie; spesso l’oro è inciso, come nelle aureole, con rotelle e punzoni. La superficie così ottenuta appare di un giallo opaco piuttosto piatto, che ritrova splendore solo se lisciata (brunita) con il brunitoio (una pietra arrotondata ma anche un dente di animale). Molti dei fondi d’oro delle pitture medievali su tavola sono strofinati sino ad ottenere una levigatezza brillante a specchio, prima che vi siano aggiunti gli altri elementi della scena, ma alcuni non vengono intenzionalmente bruniti, fissando così la scena dentro una tremula luce scintillante. Con Giotto, che sviluppa un suo stile personale abbandonando almeno parzialmente il fondo oro e gli schematismi bizantineggianti, la pittura torna a raffigurare il mondo, e ricompare il cielo. E’ così che nel Trecento si inizia lentamente a preferire sfondi architettonici e paesistici, riducendo gradualmente la percentuale di tavola decorata a oro, una scelta pittorica in cui la scuola senese si trova all’avanguardia. Ma è solo con il pieno Rinascimento che giunge la consapevolezza del valore degli sfondi realistici, e la tecnica del fondo oro comincia a cadere in disuso, in concomitanza con la scoperta della pittura a olio, che permette un maggior gioco di luci, consentendo di percepire volumi e profondità all’interno dei dipinti: protagonista diventa l’uomo, non più il sacro. La tecnica del fondo oro resta in uso comunque ancora a lungo, almeno per tutto il Cinquecento, sia per particolari richieste della committenza, sia per un persistere del gusto arcaico in zone più periferiche. Nelle zone di influenza della religione ortodossa la tecnica non ha mai subito cali di popolarità, venendo tuttora usata nella realizzazione delle icone. In epoca moderna la foglia d’oro è stata utilizzata da molti pittori ed artisti, fra i quali il più famoso è senza dubbio Gustav Klimt (1862 – 1918). Durante quella che è definita la sua golden phase, l’artista realizza una serie di opere con la foglia oro: molto famosi il Ritratto di Adele Bloch-Bauer (I°, 1907), e soprattutto Il Bacio (1907/8).

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Il Fondo oro è una tecnica pittorica molto antica: usata nei mosaici fin dall’epoca paleocristiana, se ne hanno le prime tracce in pittura nell’area bizantina, ed è presente in Italia già dal XII° secolo soprattutto nei dipinti su tavola, ma anche nella miniatura e nel mosaico. Consiste nella doratura del fondo del dipinto, attraverso una tecnica che Cennino Cennini ben descrive nel suo Libro dell’Arte, importante trattato scritto in volgare all’inizio del XV° secolo. Oggi, per estensione, indica un dipinto qualsiasi che usi tale tecnica, nonché uno dei settori più ambiti del collezionismo artistico. Nei dipinti italiani del medioevo e del primo rinascimento, l’oro viene usato con valore di simbolo, un’allusione all’irraggiungibile, alla sfera celeste del Sacro. Inoltre, a differenza dell’argento e di altri metalli, è un elemento inossidabile, e perciò perennemente splendente. E’ così che fino al 1300 le figure sacre, carartterizzate da un’aura di preziosità e raffinatezza, non risaltano sullo sfondo del cielo, del paesaggio o delle architetture, ma su un campo d’oro, dove non sono possibili profondità e ombreggiature (un esempio di eccezionale bellezza è la famosissima Maestà del Duomo di Siena di Duccio di Buoninsegna). Nel medioevo l’oro è considerato un vero e proprio colore, che viene applicato alle tavole (precedentemente stuccate attraverso un accurato e laborioso procedimento finito con due strati di gesso) in lamine sottili (foglie). Gli artigiani specializzati, i battiloro, fabbricano la foglia d’oro martellando delle monete fino a ridurle in lamine sottilissime; fino al XX° secolo il peso della foglia d’oro sarà misurato sulla base del ducato, moneta d’oro dell’Italia medievale: lo spessore è determinato dal numero di foglie (ognuna di circa 8,5 cm) ricavate da un unico ducato. Sul gesso si traccia con il carboncino di salice il disegno, perfezionato ripassandolo con “acqua chiara e alcune gocciole d’inchiostro”; quindi sulla base del disegno la tavola viene preparata per la doratura, stendendo uno strato di bolo, un’argilla per lo più color terra di siena, (preparazione rossa), ma che esiste nella preparazione in terra verde, più antica, che conferisce all’oro una tonalità più fredda. La foglia si fissa alla base con mordenti all’acqua (di solito chiara d’uovo), lavorando per rettangoli che vengono soffiati (a causa dell’estrema leggerezza del materiale ) su un pennello e applicati con la pressione delle setole, sovrapponendo i bordi delle foglie; spesso l’oro è inciso, come nelle aureole, con rotelle e punzoni. La superficie così ottenuta appare di un giallo opaco piuttosto piatto, che ritrova splendore solo se lisciata (brunita) con il brunitoio (una pietra arrotondata ma anche un dente di animale). Molti dei fondi d’oro delle pitture medievali su tavola sono strofinati sino ad ottenere una levigatezza brillante a specchio, prima che vi siano aggiunti gli altri elementi della scena, ma alcuni non vengono intenzionalmente bruniti, fissando così la scena dentro una tremula luce scintillante. Con Giotto, che sviluppa un suo stile personale abbandonando almeno parzialmente il fondo oro e gli schematismi bizantineggianti, la pittura torna a raffigurare il mondo, e ricompare il cielo. E’ così che nel Trecento si inizia lentamente a preferire sfondi architettonici e paesistici, riducendo gradualmente la percentuale di tavola decorata a oro, una scelta pittorica in cui la scuola senese si trova all’avanguardia. Ma è solo con il pieno Rinascimento che giunge la consapevolezza del valore degli sfondi realistici, e la tecnica del fondo oro comincia a cadere in disuso, in concomitanza con la scoperta della pittura a olio, che permette un maggior gioco di luci, consentendo di percepire volumi e profondità all’interno dei dipinti: protagonista diventa l’uomo, non più il sacro. La tecnica del fondo oro resta in uso comunque ancora a lungo, almeno per tutto il Cinquecento, sia per particolari richieste della committenza, sia per un persistere del gusto arcaico in zone più periferiche. Nelle zone di influenza della religione ortodossa la tecnica non ha mai subito cali di popolarità, venendo tuttora usata nella realizzazione delle icone. In epoca moderna la foglia d’oro è stata utilizzata da molti pittori ed artisti, fra i quali il più famoso è senza dubbio Gustav Klimt (1862 – 1918). Durante quella che è definita la sua golden phase, l’artista realizza una serie di opere con la foglia oro: molto famosi il Ritratto di Adele Bloch-Bauer (I°, 1907), e soprattutto Il Bacio (1907/8).

fondo oro

Il Fondo oro è una tecnica pittorica molto antica: usata nei mosaici fin dall’epoca paleocristiana, se ne hanno le prime tracce in pittura nell’area bizantina, ed è presente in Italia già dal XII° secolo soprattutto nei dipinti su tavola, ma anche nella miniatura e nel mosaico. Consiste nella doratura del fondo del dipinto, attraverso una tecnica che Cennino Cennini ben descrive nel suo Libro dell’Arte, importante trattato scritto in volgare all’inizio del XV° secolo. Oggi, per estensione, indica un dipinto qualsiasi che usi tale tecnica, nonché uno dei settori più ambiti del collezionismo artistico. Nei dipinti italiani del medioevo e del primo rinascimento, l’oro viene usato con valore di simbolo, un’allusione all’irraggiungibile, alla sfera celeste del Sacro. Inoltre, a differenza dell’argento e di altri metalli, è un elemento inossidabile, e perciò perennemente splendente. E’ così che fino al 1300 le figure sacre, carartterizzate da un’aura di preziosità e raffinatezza, non risaltano sullo sfondo del cielo, del paesaggio o delle architetture, ma su un campo d’oro, dove non sono possibili profondità e ombreggiature (un esempio di eccezionale bellezza è la famosissima Maestà del Duomo di Siena di Duccio di Buoninsegna). Nel medioevo l’oro è considerato un vero e proprio colore, che viene applicato alle tavole (precedentemente stuccate attraverso un accurato e laborioso procedimento finito con due strati di gesso) in lamine sottili (foglie). Gli artigiani specializzati, i battiloro, fabbricano la foglia d’oro martellando delle monete fino a ridurle in lamine sottilissime; fino al XX° secolo il peso della foglia d’oro sarà misurato sulla base del ducato, moneta d’oro dell’Italia medievale: lo spessore è determinato dal numero di foglie (ognuna di circa 8,5 cm) ricavate da un unico ducato. Sul gesso si traccia con il carboncino di salice il disegno, perfezionato ripassandolo con “acqua chiara e alcune gocciole d’inchiostro”; quindi sulla base del disegno la tavola viene preparata per la doratura, stendendo uno strato di bolo, un’argilla per lo più color terra di siena, (preparazione rossa), ma che esiste nella preparazione in terra verde, più antica, che conferisce all’oro una tonalità più fredda. La foglia si fissa alla base con mordenti all’acqua (di solito chiara d’uovo), lavorando per rettangoli che vengono soffiati (a causa dell’estrema leggerezza del materiale ) su un pennello e applicati con la pressione delle setole, sovrapponendo i bordi delle foglie; spesso l’oro è inciso, come nelle aureole, con rotelle e punzoni. La superficie così ottenuta appare di un giallo opaco piuttosto piatto, che ritrova splendore solo se lisciata (brunita) con il brunitoio (una pietra arrotondata ma anche un dente di animale). Molti dei fondi d’oro delle pitture medievali su tavola sono strofinati sino ad ottenere una levigatezza brillante a specchio, prima che vi siano aggiunti gli altri elementi della scena, ma alcuni non vengono intenzionalmente bruniti, fissando così la scena dentro una tremula luce scintillante. Con Giotto, che sviluppa un suo stile personale abbandonando almeno parzialmente il fondo oro e gli schematismi bizantineggianti, la pittura torna a raffigurare il mondo, e ricompare il cielo. E’ così che nel Trecento si inizia lentamente a preferire sfondi architettonici e paesistici, riducendo gradualmente la percentuale di tavola decorata a oro, una scelta pittorica in cui la scuola senese si trova all’avanguardia. Ma è solo con il pieno Rinascimento che giunge la consapevolezza del valore degli sfondi realistici, e la tecnica del fondo oro comincia a cadere in disuso, in concomitanza con la scoperta della pittura a olio, che permette un maggior gioco di luci, consentendo di percepire volumi e profondità all’interno dei dipinti: protagonista diventa l’uomo, non più il sacro. La tecnica del fondo oro resta in uso comunque ancora a lungo, almeno per tutto il Cinquecento, sia per particolari richieste della committenza, sia per un persistere del gusto arcaico in zone più periferiche. Nelle zone di influenza della religione ortodossa la tecnica non ha mai subito cali di popolarità, venendo tuttora usata nella realizzazione delle icone. In epoca moderna la foglia d’oro è stata utilizzata da molti pittori ed artisti, fra i quali il più famoso è senza dubbio Gustav Klimt (1862 – 1918). Durante quella che è definita la sua golden phase, l’artista realizza una serie di opere con la foglia oro: molto famosi il Ritratto di Adele Bloch-Bauer (I°, 1907), e soprattutto Il Bacio (1907/8).

fondo oro

Il Fondo oro è una tecnica pittorica molto antica: usata nei mosaici fin dall’epoca paleocristiana, se ne hanno le prime tracce in pittura nell’area bizantina, ed è presente in Italia già dal XII° secolo soprattutto nei dipinti su tavola, ma anche nella miniatura e nel mosaico. Consiste nella doratura del fondo del dipinto, attraverso una tecnica che Cennino Cennini ben descrive nel suo Libro dell’Arte, importante trattato scritto in volgare all’inizio del XV° secolo. Oggi, per estensione, indica un dipinto qualsiasi che usi tale tecnica, nonché uno dei settori più ambiti del collezionismo artistico. Nei dipinti italiani del medioevo e del primo rinascimento, l’oro viene usato con valore di simbolo, un’allusione all’irraggiungibile, alla sfera celeste del Sacro. Inoltre, a differenza dell’argento e di altri metalli, è un elemento inossidabile, e perciò perennemente splendente. E’ così che fino al 1300 le figure sacre, carartterizzate da un’aura di preziosità e raffinatezza, non risaltano sullo sfondo del cielo, del paesaggio o delle architetture, ma su un campo d’oro, dove non sono possibili profondità e ombreggiature (un esempio di eccezionale bellezza è la famosissima Maestà del Duomo di Siena di Duccio di Buoninsegna). Nel medioevo l’oro è considerato un vero e proprio colore, che viene applicato alle tavole (precedentemente stuccate attraverso un accurato e laborioso procedimento finito con due strati di gesso) in lamine sottili (foglie). Gli artigiani specializzati, i battiloro, fabbricano la foglia d’oro martellando delle monete fino a ridurle in lamine sottilissime; fino al XX° secolo il peso della foglia d’oro sarà misurato sulla base del ducato, moneta d’oro dell’Italia medievale: lo spessore è determinato dal numero di foglie (ognuna di circa 8,5 cm) ricavate da un unico ducato. Sul gesso si traccia con il carboncino di salice il disegno, perfezionato ripassandolo con “acqua chiara e alcune gocciole d’inchiostro”; quindi sulla base del disegno la tavola viene preparata per la doratura, stendendo uno strato di bolo, un’argilla per lo più color terra di siena, (preparazione rossa), ma che esiste nella preparazione in terra verde, più antica, che conferisce all’oro una tonalità più fredda. La foglia si fissa alla base con mordenti all’acqua (di solito chiara d’uovo), lavorando per rettangoli che vengono soffiati (a causa dell’estrema leggerezza del materiale ) su un pennello e applicati con la pressione delle setole, sovrapponendo i bordi delle foglie; spesso l’oro è inciso, come nelle aureole, con rotelle e punzoni. La superficie così ottenuta appare di un giallo opaco piuttosto piatto, che ritrova splendore solo se lisciata (brunita) con il brunitoio (una pietra arrotondata ma anche un dente di animale). Molti dei fondi d’oro delle pitture medievali su tavola sono strofinati sino ad ottenere una levigatezza brillante a specchio, prima che vi siano aggiunti gli altri elementi della scena, ma alcuni non vengono intenzionalmente bruniti, fissando così la scena dentro una tremula luce scintillante. Con Giotto, che sviluppa un suo stile personale abbandonando almeno parzialmente il fondo oro e gli schematismi bizantineggianti, la pittura torna a raffigurare il mondo, e ricompare il cielo. E’ così che nel Trecento si inizia lentamente a preferire sfondi architettonici e paesistici, riducendo gradualmente la percentuale di tavola decorata a oro, una scelta pittorica in cui la scuola senese si trova all’avanguardia. Ma è solo con il pieno Rinascimento che giunge la consapevolezza del valore degli sfondi realistici, e la tecnica del fondo oro comincia a cadere in disuso, in concomitanza con la scoperta della pittura a olio, che permette un maggior gioco di luci, consentendo di percepire volumi e profondità all’interno dei dipinti: protagonista diventa l’uomo, non più il sacro. La tecnica del fondo oro resta in uso comunque ancora a lungo, almeno per tutto il Cinquecento, sia per particolari richieste della committenza, sia per un persistere del gusto arcaico in zone più periferiche. Nelle zone di influenza della religione ortodossa la tecnica non ha mai subito cali di popolarità, venendo tuttora usata nella realizzazione delle icone. In epoca moderna la foglia d’oro è stata utilizzata da molti pittori ed artisti, fra i quali il più famoso è senza dubbio Gustav Klimt (1862 – 1918). Durante quella che è definita la sua golden phase, l’artista realizza una serie di opere con la foglia oro: molto famosi il Ritratto di Adele Bloch-Bauer (I°, 1907), e soprattutto Il Bacio (1907/8).

fondo oro

Il Fondo oro è una tecnica pittorica molto antica: usata nei mosaici fin dall’epoca paleocristiana, se ne hanno le prime tracce in pittura nell’area bizantina, ed è presente in Italia già dal XII° secolo soprattutto nei dipinti su tavola, ma anche nella miniatura e nel mosaico. Consiste nella doratura del fondo del dipinto, attraverso una tecnica che Cennino Cennini ben descrive nel suo Libro dell’Arte, importante trattato scritto in volgare all’inizio del XV° secolo. Oggi, per estensione, indica un dipinto qualsiasi che usi tale tecnica, nonché uno dei settori più ambiti del collezionismo artistico. Nei dipinti italiani del medioevo e del primo rinascimento, l’oro viene usato con valore di simbolo, un’allusione all’irraggiungibile, alla sfera celeste del Sacro. Inoltre, a differenza dell’argento e di altri metalli, è un elemento inossidabile, e perciò perennemente splendente. E’ così che fino al 1300 le figure sacre, carartterizzate da un’aura di preziosità e raffinatezza, non risaltano sullo sfondo del cielo, del paesaggio o delle architetture, ma su un campo d’oro, dove non sono possibili profondità e ombreggiature (un esempio di eccezionale bellezza è la famosissima Maestà del Duomo di Siena di Duccio di Buoninsegna). Nel medioevo l’oro è considerato un vero e proprio colore, che viene applicato alle tavole (precedentemente stuccate attraverso un accurato e laborioso procedimento finito con due strati di gesso) in lamine sottili (foglie). Gli artigiani specializzati, i battiloro, fabbricano la foglia d’oro martellando delle monete fino a ridurle in lamine sottilissime; fino al XX° secolo il peso della foglia d’oro sarà misurato sulla base del ducato, moneta d’oro dell’Italia medievale: lo spessore è determinato dal numero di foglie (ognuna di circa 8,5 cm) ricavate da un unico ducato. Sul gesso si traccia con il carboncino di salice il disegno, perfezionato ripassandolo con “acqua chiara e alcune gocciole d’inchiostro”; quindi sulla base del disegno la tavola viene preparata per la doratura, stendendo uno strato di bolo, un’argilla per lo più color terra di siena, (preparazione rossa), ma che esiste nella preparazione in terra verde, più antica, che conferisce all’oro una tonalità più fredda. La foglia si fissa alla base con mordenti all’acqua (di solito chiara d’uovo), lavorando per rettangoli che vengono soffiati (a causa dell’estrema leggerezza del materiale ) su un pennello e applicati con la pressione delle setole, sovrapponendo i bordi delle foglie; spesso l’oro è inciso, come nelle aureole, con rotelle e punzoni. La superficie così ottenuta appare di un giallo opaco piuttosto piatto, che ritrova splendore solo se lisciata (brunita) con il brunitoio (una pietra arrotondata ma anche un dente di animale). Molti dei fondi d’oro delle pitture medievali su tavola sono strofinati sino ad ottenere una levigatezza brillante a specchio, prima che vi siano aggiunti gli altri elementi della scena, ma alcuni non vengono intenzionalmente bruniti, fissando così la scena dentro una tremula luce scintillante. Con Giotto, che sviluppa un suo stile personale abbandonando almeno parzialmente il fondo oro e gli schematismi bizantineggianti, la pittura torna a raffigurare il mondo, e ricompare il cielo. E’ così che nel Trecento si inizia lentamente a preferire sfondi architettonici e paesistici, riducendo gradualmente la percentuale di tavola decorata a oro, una scelta pittorica in cui la scuola senese si trova all’avanguardia. Ma è solo con il pieno Rinascimento che giunge la consapevolezza del valore degli sfondi realistici, e la tecnica del fondo oro comincia a cadere in disuso, in concomitanza con la scoperta della pittura a olio, che permette un maggior gioco di luci, consentendo di percepire volumi e profondità all’interno dei dipinti: protagonista diventa l’uomo, non più il sacro. La tecnica del fondo oro resta in uso comunque ancora a lungo, almeno per tutto il Cinquecento, sia per particolari richieste della committenza, sia per un persistere del gusto arcaico in zone più periferiche. Nelle zone di influenza della religione ortodossa la tecnica non ha mai subito cali di popolarità, venendo tuttora usata nella realizzazione delle icone. In epoca moderna la foglia d’oro è stata utilizzata da molti pittori ed artisti, fra i quali il più famoso è senza dubbio Gustav Klimt (1862 – 1918). Durante quella che è definita la sua golden phase, l’artista realizza una serie di opere con la foglia oro: molto famosi il Ritratto di Adele Bloch-Bauer (I°, 1907), e soprattutto Il Bacio (1907/8).

fondo oro

Il Fondo oro è una tecnica pittorica molto antica: usata nei mosaici fin dall’epoca paleocristiana, se ne hanno le prime tracce in pittura nell’area bizantina, ed è presente in Italia già dal XII° secolo soprattutto nei dipinti su tavola, ma anche nella miniatura e nel mosaico. Consiste nella doratura del fondo del dipinto, attraverso una tecnica che Cennino Cennini ben descrive nel suo Libro dell’Arte, importante trattato scritto in volgare all’inizio del XV° secolo. Oggi, per estensione, indica un dipinto qualsiasi che usi tale tecnica, nonché uno dei settori più ambiti del collezionismo artistico. Nei dipinti italiani del medioevo e del primo rinascimento, l’oro viene usato con valore di simbolo, un’allusione all’irraggiungibile, alla sfera celeste del Sacro. Inoltre, a differenza dell’argento e di altri metalli, è un elemento inossidabile, e perciò perennemente splendente. E’ così che fino al 1300 le figure sacre, carartterizzate da un’aura di preziosità e raffinatezza, non risaltano sullo sfondo del cielo, del paesaggio o delle architetture, ma su un campo d’oro, dove non sono possibili profondità e ombreggiature (un esempio di eccezionale bellezza è la famosissima Maestà del Duomo di Siena di Duccio di Buoninsegna). Nel medioevo l’oro è considerato un vero e proprio colore, che viene applicato alle tavole (precedentemente stuccate attraverso un accurato e laborioso procedimento finito con due strati di gesso) in lamine sottili (foglie). Gli artigiani specializzati, i battiloro, fabbricano la foglia d’oro martellando delle monete fino a ridurle in lamine sottilissime; fino al XX° secolo il peso della foglia d’oro sarà misurato sulla base del ducato, moneta d’oro dell’Italia medievale: lo spessore è determinato dal numero di foglie (ognuna di circa 8,5 cm) ricavate da un unico ducato. Sul gesso si traccia con il carboncino di salice il disegno, perfezionato ripassandolo con “acqua chiara e alcune gocciole d’inchiostro”; quindi sulla base del disegno la tavola viene preparata per la doratura, stendendo uno strato di bolo, un’argilla per lo più color terra di siena, (preparazione rossa), ma che esiste nella preparazione in terra verde, più antica, che conferisce all’oro una tonalità più fredda. La foglia si fissa alla base con mordenti all’acqua (di solito chiara d’uovo), lavorando per rettangoli che vengono soffiati (a causa dell’estrema leggerezza del materiale ) su un pennello e applicati con la pressione delle setole, sovrapponendo i bordi delle foglie; spesso l’oro è inciso, come nelle aureole, con rotelle e punzoni. La superficie così ottenuta appare di un giallo opaco piuttosto piatto, che ritrova splendore solo se lisciata (brunita) con il brunitoio (una pietra arrotondata ma anche un dente di animale). Molti dei fondi d’oro delle pitture medievali su tavola sono strofinati sino ad ottenere una levigatezza brillante a specchio, prima che vi siano aggiunti gli altri elementi della scena, ma alcuni non vengono intenzionalmente bruniti, fissando così la scena dentro una tremula luce scintillante. Con Giotto, che sviluppa un suo stile personale abbandonando almeno parzialmente il fondo oro e gli schematismi bizantineggianti, la pittura torna a raffigurare il mondo, e ricompare il cielo. E’ così che nel Trecento si inizia lentamente a preferire sfondi architettonici e paesistici, riducendo gradualmente la percentuale di tavola decorata a oro, una scelta pittorica in cui la scuola senese si trova all’avanguardia. Ma è solo con il pieno Rinascimento che giunge la consapevolezza del valore degli sfondi realistici, e la tecnica del fondo oro comincia a cadere in disuso, in concomitanza con la scoperta della pittura a olio, che permette un maggior gioco di luci, consentendo di percepire volumi e profondità all’interno dei dipinti: protagonista diventa l’uomo, non più il sacro. La tecnica del fondo oro resta in uso comunque ancora a lungo, almeno per tutto il Cinquecento, sia per particolari richieste della committenza, sia per un persistere del gusto arcaico in zone più periferiche. Nelle zone di influenza della religione ortodossa la tecnica non ha mai subito cali di popolarità, venendo tuttora usata nella realizzazione delle icone. In epoca moderna la foglia d’oro è stata utilizzata da molti pittori ed artisti, fra i quali il più famoso è senza dubbio Gustav Klimt (1862 – 1918). Durante quella che è definita la sua golden phase, l’artista realizza una serie di opere con la foglia oro: molto famosi il Ritratto di Adele Bloch-Bauer (I°, 1907), e soprattutto Il Bacio (1907/8).

fondo oro

Il Fondo oro è una tecnica pittorica molto antica: usata nei mosaici fin dall’epoca paleocristiana, se ne hanno le prime tracce in pittura nell’area bizantina, ed è presente in Italia già dal XII° secolo soprattutto nei dipinti su tavola, ma anche nella miniatura e nel mosaico. Consiste nella doratura del fondo del dipinto, attraverso una tecnica che Cennino Cennini ben descrive nel suo Libro dell’Arte, importante trattato scritto in volgare all’inizio del XV° secolo. Oggi, per estensione, indica un dipinto qualsiasi che usi tale tecnica, nonché uno dei settori più ambiti del collezionismo artistico. Nei dipinti italiani del medioevo e del primo rinascimento, l’oro viene usato con valore di simbolo, un’allusione all’irraggiungibile, alla sfera celeste del Sacro. Inoltre, a differenza dell’argento e di altri metalli, è un elemento inossidabile, e perciò perennemente splendente. E’ così che fino al 1300 le figure sacre, carartterizzate da un’aura di preziosità e raffinatezza, non risaltano sullo sfondo del cielo, del paesaggio o delle architetture, ma su un campo d’oro, dove non sono possibili profondità e ombreggiature (un esempio di eccezionale bellezza è la famosissima Maestà del Duomo di Siena di Duccio di Buoninsegna). Nel medioevo l’oro è considerato un vero e proprio colore, che viene applicato alle tavole (precedentemente stuccate attraverso un accurato e laborioso procedimento finito con due strati di gesso) in lamine sottili (foglie). Gli artigiani specializzati, i battiloro, fabbricano la foglia d’oro martellando delle monete fino a ridurle in lamine sottilissime; fino al XX° secolo il peso della foglia d’oro sarà misurato sulla base del ducato, moneta d’oro dell’Italia medievale: lo spessore è determinato dal numero di foglie (ognuna di circa 8,5 cm) ricavate da un unico ducato. Sul gesso si traccia con il carboncino di salice il disegno, perfezionato ripassandolo con “acqua chiara e alcune gocciole d’inchiostro”; quindi sulla base del disegno la tavola viene preparata per la doratura, stendendo uno strato di bolo, un’argilla per lo più color terra di siena, (preparazione rossa), ma che esiste nella preparazione in terra verde, più antica, che conferisce all’oro una tonalità più fredda. La foglia si fissa alla base con mordenti all’acqua (di solito chiara d’uovo), lavorando per rettangoli che vengono soffiati (a causa dell’estrema leggerezza del materiale ) su un pennello e applicati con la pressione delle setole, sovrapponendo i bordi delle foglie; spesso l’oro è inciso, come nelle aureole, con rotelle e punzoni. La superficie così ottenuta appare di un giallo opaco piuttosto piatto, che ritrova splendore solo se lisciata (brunita) con il brunitoio (una pietra arrotondata ma anche un dente di animale). Molti dei fondi d’oro delle pitture medievali su tavola sono strofinati sino ad ottenere una levigatezza brillante a specchio, prima che vi siano aggiunti gli altri elementi della scena, ma alcuni non vengono intenzionalmente bruniti, fissando così la scena dentro una tremula luce scintillante. Con Giotto, che sviluppa un suo stile personale abbandonando almeno parzialmente il fondo oro e gli schematismi bizantineggianti, la pittura torna a raffigurare il mondo, e ricompare il cielo. E’ così che nel Trecento si inizia lentamente a preferire sfondi architettonici e paesistici, riducendo gradualmente la percentuale di tavola decorata a oro, una scelta pittorica in cui la scuola senese si trova all’avanguardia. Ma è solo con il pieno Rinascimento che giunge la consapevolezza del valore degli sfondi realistici, e la tecnica del fondo oro comincia a cadere in disuso, in concomitanza con la scoperta della pittura a olio, che permette un maggior gioco di luci, consentendo di percepire volumi e profondità all’interno dei dipinti: protagonista diventa l’uomo, non più il sacro. La tecnica del fondo oro resta in uso comunque ancora a lungo, almeno per tutto il Cinquecento, sia per particolari richieste della committenza, sia per un persistere del gusto arcaico in zone più periferiche. Nelle zone di influenza della religione ortodossa la tecnica non ha mai subito cali di popolarità, venendo tuttora usata nella realizzazione delle icone. In epoca moderna la foglia d’oro è stata utilizzata da molti pittori ed artisti, fra i quali il più famoso è senza dubbio Gustav Klimt (1862 – 1918). Durante quella che è definita la sua golden phase, l’artista realizza una serie di opere con la foglia oro: molto famosi il Ritratto di Adele Bloch-Bauer (I°, 1907), e soprattutto Il Bacio (1907/8).

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