Breve storia dell’orologeria a Napoli, nel XIX secolo

Di Marisa Addomine

La storia dell’orologeria italiana è ancora lungi dall’essere compiutamente esplorata. Pur potendo contare su alcune opere che hanno costituito i primi studi, se non organici, almeno di ampio respiro su di essa, quali gli scritti del prof. Enrico Morpurgo e di Antonio Simoni, essa si presenta come un fenomeno ampiamente disomogeneo sul territorio.Non è questa la sede per ripercorrerla: sarà però utile al nostro scopo almeno fare luce sull’orologeria del XIX secolo, con uno specifico riferimento a Napoli, che insieme alla Sicilia rappresentò sempre uno dei due poli della produzione orologistica del Regno delle Due Sicilie prima e dell’Italia Meridionale in seguito.La produzione di orologi, che si trattasse di segnatempo da persona, o da interni, oppure destinati alla pubblica fruizione, cioè quelli noti come orologi da torre o da campanile, era di necessità legata a committenze di livello aristocratico e di alta borghesia, quando non ad una comunità, in ogni caso a chi fosse in grado di poter affrontare il costo, sempre elevato, di un orologio meccanico. Nel caso della pendola analizzata in queste pagine, al di là di una evidente monumentalità della cassa, l’osservatore è colpito da una caratteristica del tutto eccezionale: si tratta di un orologio da interni con regolatore a pendolo, certamente progettato per ben figurare in un ambito sfarzoso, quindi tecnicamente un orologio a cassalunga, ma che non presenta un movimento di tipo canonico per tale tipologia. La parte centrale della colonna che sostiene i quadranti e che è sormontata dalla bella scultura lignea raffigurante Cronos, signore del Tempo, è realizzata sotto forma di teca con pareti in cristallo, avente lo scopo di permettere all’osservatore di ammirare da ogni lato il movimento dell’orologio, che altro non è se non un piccolo e raffinato orologio da torre.Volendo, quindi, cercare di comprendere quali siano gli antecedenti stilistici e culturali di questo segnatempo, sarà opportuno ripercorrere la storia della produzione degli orologi monumentali a Napoli, nel XIX secolo.E’ in ogni caso importante ricordare quanto l’orologeria meridionale sia in generale ancora ben poco studiata e come molto si debba ancora portare alla luce, circa i suoi protagonisti e le loro realizzazioni.

 

Augusto Bernard

La produzione partenopea di orologi da torre di qualità, di chiara derivazione francese, come sarà poi analizzato nel prosieguo, può essere fatta risalire alla bottega di Augusto Bernard, orologiaio svizzero, che verso la metà del XIX secolo iniziò una propria produzione autonoma, realizzando esemplari di ottima qualità che ancor oggi si possono vedere installati in edifici sia a Napoli che in Campania. Nel volume L’Italia Economica nel 1867, curato da P. Maestri, si cita con elogi, ad esempio, l’orologio che Bernard realizzò per l’Osservatorio della Marina della città. Bernard non giunse a Napoli in cerca di fortuna: fu chiamato, proprio per le sue riconosciute capacità, dai Borbone ed invitato ad avviare un’attività di produzione di orologi monumentali di stile moderno, con struttura del telaio di tipo orizzontale ed uso di materiali di fusione. Si voleva introdurre una tecnologia innovativa, abbandonando la classica disposizione a gabbia ed in ferro forgiato che fino a quel momento aveva contrassegnato la produzione locale. L’arrivo di Bernard segnò una svolta nella concezione degli orologi da torre a Napoli. Una delle caratteristiche di Bernard, che si ritroverà anche nella produzione degli autori a lui legati per formazione e derivazione, è quella di utilizzare sostegni di forma insolita, ad ‘U’ rovesciata, come è possibile vedere nell’esemplare conservato presso il Museo Salvatore Ricci di San Marco dei Cavoti e costruito nel 1854. Un altro suo orologio fu installato a Napoli, sull’emiciclo del Mercatello, intorno al 1860, come riportato nelle pagine di una coeva pubblicazione (Napoli Nobilissima, si veda in bibliografia).

 

Epimaco Olivieri Caccialupi

La ditta Bernard passò verso il 1870 ad Epimaco Olivieri Caccialupi, che firmava i propri segnatempo da torre definendosi ‘Successore di A. Bernard’ e che ripercorreva, nelle soluzioni meccaniche e nelle forme, lo stile che il suo predecessore aveva adottato. Fra le sue realizzazioni, un bell’orologio per la Prefettura di Bari, ancora in funzione e l’orologio della torre di Galatina, realizzato intorno agli anni ’70 del XIX secolo. La ditta Caccialupi nel 1877 aveva sede a Napoli in Via Egiziaca al civico 44, a Pizzofalcone.

 

Alfonso Curci

Allievo di Bernard, e formatosi alla sua scuola partendo dai ruoli più umili sino a diventarne stimato capo-officina fu Alfonso Curci, che sempre intorno al terzo quarto del XIX secolo avviò un’officina in proprio, a conduzione familiare. L’attività della famiglia Curci proseguì anche dopo la scomparsa del fondatore: si hanno notizie della sua attività sino alla fine degli anni ’30 del XX secolo. Oltre a realizzare orologi da torre, raggiunsero una certa notorietà per essere produttori di lanterne di ottima qualità per fari costieri, prodotti per i quali ebbero rinomanza a livello internazionale. Nel 1920, la descrizione della loro attività nei documenti ufficiali era riportata come “Opificio Industriale e Fonderia di Bronzo, Fabbrica Nazionale di Orologi da Torre, Fari e Fanali Lenticolari”. Anche Alfonso Curci aveva adottato lo stesso tipo di struttura del telaio che era stato introdotto da Bernard ed i caratteristici sostegni rialzati, desinenti in semicerchi a ‘C’ rovesciata.  Un esempio è l’orologio da torre della Casa Municipale di Boscoreale, realizzato da Alfonso Curci nel 1880 ed ivi ancora conservato. Nel 1892, l’Annuario Scientifico ed Industriale curato da Augusto Righi riportò una notizia tratta dalla Gazzetta Ufficiale del Regno d’Italia dello stesso anno, citando Alfonso Curci per una concessione triennale di brevetto per un ‘Orologio da piazza, a grande calibro, nuovo sistema A. Curci, con otto giorni di corda, con riduzione di rotaggio, scappamento ad àncora con le brocche mobili e semplificazione alla suoneria. Anni 3.” Alfonso Curci risultava inoltre essere docente presso l’Istituto Casanova di Arti e Mestieri di Napoli, nel 1904, come capo-officina del corso per meccanici, come riportato dall’Annuario del Ministero di Agricoltura, Industria e Commercio dello stesso anno.

 

Domenico De Vita, meccanico

Dopo aver ripercorso brevemente le vicende della scuola napoletana di orologeria da torre della seconda metà del XIX secolo, giungiamo all’autore dell’orologio di nostro interesse: Domenico De Vita. Poche e scarne sono le notizie che abbiamo su di lui. Il Nuovo Dizionario degli Orologiai Italiani di Enzo Turicchia ci informa che aveva bottega, verso la fine dell’Ottocento, a Napoli in Piazza San Domenico Maggiore. Da altra fonte (vedasi oltre) l’attività risultava aver avuto inizio in un locale angusto, una ex bottega di fabbro, nel Vicoletto dell’Università. Risulterebbe, inoltre, che il De Vita abbia anche lavorato, almeno per un certo periodo, presso officine straniere per migliorare le proprie competenze. Lo stesso Dizionario, alla voce dedicata al nostro Autore, descrive proprio la pendola oggetto di queste pagine. Citiamo infatti, testualmente: ‘Di lui si conosce un monumentale orologio da centro, alto più di tre metri, composto di una base contenente il meccanismo di accurata fattura, su cui poggiano due putti che sorreggono un cubo le cui quattro facce esterne mostrano le ore. Sulla cimasa sovrasta la figura di Kronos. E’ datato Napoli 1891.’ Si tratta, indubitabilmente, del nostro orologio. La descrizione era già presente, negli stessi termini, nel Dizionario degli Orologiai Italiani di Enrico Morpurgo del 1974, di cui il Nuovo Dizionario di Turicchia costituisce una recentissima edizione ampliata. Su De Vita come ottimo costruttore abbiamo evidenze negli Atti del Reale Istituto di Incoraggiamento di Napoli, Quarta Serie, volume IV, del 1891. A pagina 10 dell’Appendice, gli fu dedicato un intero rapporto, che ci sembra interessante trascrivere integralmente.

 

Rapporto sui lavori di orologeria del meccanico Domenico De Vita

La Commissione composta dai Socii Palmieri, Cigliano e Boubée, delegata da questo Istituto allo esame dei lavori che il signor Domenico De Vita, meccanico, intende inviare alla Esposizione di Palermo, si è recata nella officina di esso signor De Vita nel Largo S. Domenico Maggiore, e quivi ha avuto agio di osservare minutamente, e cogli opportuni chiarimenti dello stesso proprietario dell’officina, due macchine per orologi a pendolo, finite di tutto punto, ed in movimento. La prima è destinata ad un orologio a torre, a quattro quadranti; i quadranti erano stati tolti per non ostacolare l’esame del meccanismo. L’altra è montata a guisa di elegante mobile per una grande anticamera od uno studio di casa gentilizia, od in generale, per una sala di aspetto di pubblico ritrovo. Su di una base di legno scolpito, fra i piedi della quale vedesi oscillare il pendolo che regola il movimento della macchina, si osserva la cassa contenente il meccanismo. Questa cassa è a pareti di cristallo, di tal chè nulla sfugga all’occhio di ciò ch’essa contiene. Superiormente, con un riaccordo piramidale di legno scolpito, si eleva la cassetta interna, di forma parallelepipeda che porta i quattro quadranti. Il cennato riaccordo si restringe con molta arte al disotto della lanterna in guisa di lasciar credere che le sfere dei quadranti sieno messe in moto da altra macchina nascosta nella cassetta medesima. L’orologio in parola segna anche la data, il mese, l’anno ed il giorno della settimana: queste indicazioni si leggono attraverso il cristallo della cassa contenente il meccanismo. Dal lato artistico, l’insieme del mobile è anche soddisfacente. Tutte indistintamente le parti di quelle macchine sono state eseguite con ogni cura nella Officina del signor De Vita, la quale, oltre a contenere le solite macchine per trapanare, tornire, piallare, mortesare, fresare ed aggiustare, possiede anche la macchina per tracciare ed eseguire gl’ingranaggi tanto cilindrici che conici. La Commissione ritenne perciò dover incoraggiare il signor De Vita ad inviare all’Esposizione di Palermo questi due lavori che fanno realmente onore ai bravi operai Napoletani di quella officina. D’altra parte la Commissione ritiene suo dovere di richiamare il benevolo interessamento della Accademia per quella nascente industria degli orologi da torre e da sala, facendo presente che il De Vita, in pochi anni, con le sole proprie forze, senza sussidii od incoraggiamenti di sorta, ha potuto trasformare l’oscura bottega da ferraio del Vicoletto dell’Università nella modesta, sì, ma già fiorente piccola officina meccanica di piazza S. Domenico Maggiore, nello impianto della quale Egli ha recata l’esperienza che non ha rifuggito di cercare nelle officine più accreditate, da lui visitate appositamente all’Estero. Tanta energia, tanta volontà ed intelligenza, tanti sagrificii e tanti buoni risultati già ottenuti, meritano al certo più di un semplice attestato di benemerenza da parte di questo Istituto; epperò la nostra Commissione è unanime nel proporre che sia concessa al signor Domenico De Vita, la medaglia di argento del piccolo conio accademico. La commissione però desidererebbe che l’Istituto non dimenticasse l’intelligente operaio Giambattista Gay, nostro perito tecnico del quale il De Vita si è giovato nella costruzione dei suoi pregevoli apparecchi e quindi propone per costui un incoraggiamento di una Medaglia di bronzo del grande conio accademico.

La Commissione : C. Cigliano; L. Palmieri; C. Boubée, relatore.

 

E’ quindi evidente che il nostro orologio fosse destinato, vero e proprio capo d’opera, alla Esposizione Nazionale di Palermo del 1891-2. Di ciò si trova conferma nel volume sopra citato, a pag. 8, in cui possiamo leggere:

Quando si bandì la Mostra del Lavoro in Napoli, parecchi intelligenti artefici, prima di esporre i prodotti della loro arte, chiesero il giudizio del nostro Istituto e tutti coloro che da noi furono rimunerati, dalla Giuria della Mostra del Lavoro, riportarono premi uguali o maggiori; per la qual cosa, essendosi dopo bandita la Mostra universale per le industrie nazionali in Palermo, l’Istituto fu richiesto del giudizio sopra alcuni lavori che meritarono la sua attenzione, per cui fu concessa la medaglia d’argento al meccanico De Vita ed al suo capo officina G. B. Gay la medaglia di bronzo del grande conio accademico, per gli eccellenti lavori di orologeria, i quali fanno ancora bella mostra di sé, tra altri prodotti nelle sale dell’esposizione di Palermo.”

Il catalogo dell’Esposizione Nazionale di Palermo 1891-1892, nella categoria Industrie Meccaniche, fornisce conferma dell’apprezzamento ricevuto da Domenico De Vita, dato che lo indica tra coloro cui, in occasione dell’Esposizione, fu conferita la Medaglia d’Oro. Non si hanno, al momento, notizie circa il destino dell’attività di De Vita e non si hanno informazioni circa altri orologi da lui prodotti, né in collezioni pubbliche, né in raccolte private, per quanto è stato possibile appurare. Probabilmente, un’esplorazione accurata dei documenti presenti negli Archivi partenopei e nei registri anagrafici e del commercio potrebbe fare luce sulle vicende di questo abile orologiaio e della sua bottega.

 

La pendola monumentale

IL MOBILE

Le dimensioni dell’orologio sono ragguardevoli: 310 cm di altezza, 112 di larghezza e 87 di profondità.

La cassa è in noce massello, riccamente decorata. Da un punto di vista stilistico, il progetto del mobile trae chiara ispirazione da stilemi neobarocchi, come è riscontrabile dalle figure ad altorilievo o a tutto tondo che lo arricchiscono e dalla presenza di mascheroni grotteschi. Per l’ebanisteria, non essendo la cassa firmata, non si sono volute tentare delle ipotesi di attribuzione, anche se con ulteriori approfondimenti potrebbe emergere il nome dell’abile artista che ne ha curato la progettazione e la realizzazione. In sommità, al di sopra dell’elemento cubico recante i quattro quadranti, troviamo una scultura raffigurante Cronos, dio del Tempo, assiso e nell’atto di impugnare una falce in bronzo, simbolo della sua implacabilità nel porre fine ad ogni cosa terrena.

L’indicazione dell’ora corrente è riportata su quattro quadranti che sono posti sulle quattro facce laterali di una struttura cubica, in posizione superiore, per garantirne la massima visibilità. I quadranti che si trovano sui lati anteriore e posteriore, cioè in corrispondenza del lato più largo della struttura, sono di diametro maggiore, mentre i due in corrispondenza del lato più corto sono del tutto analoghi, ma di diametro inferiore. I quadranti sono realizzati a partire da una lastra di bronzo lamina decorata a bulino e dorata al mercurio, con indicazione delle ore in XII in cifre romane di colore nero in cartouches di riporto in smalto di color bianco avorio. Ogni quadrante riporta anche, ad ore VI, una piccola cartouche in smalto con la firma dell’autore: D.co De Vita – Napoli.

Le lancette sono caratteristiche della produzione di fine ‘800, sovente definite del tipo ‘ad alabarda’, ispirata a modelli di gusto Luigi XIV.  Tra un quadrante e l’altro, sugli spigoli della struttura cubica, sono collocate quattro sculture antropomorfe, ad altorilievo, raffiguranti le Quattro Stagioni, rappresentate da figure femminili che sorreggono ciascuna un elemento simboleggiante il periodo dell’anno corrispondente. L’elemento cubico recante i quadranti è sostenuto da due putti a tutto tondo, e sembra a prima vista non essere correlato al movimento sottostante. In realtà, una colonnina cava al centro dello spazio racchiuso dai putti ospita la quadratura, cioè le aste in metallo che rinviano il moto dal movimento vero e proprio agli assi delle lancette. E’ chiaro l’intento di ricercare un effetto simile a quello degli orologi misteriosi, che all’epoca godettero di grande fortuna, in cui non è intuitivo come possa avvenire la trasmissione del moto agli indici.

La parte centrale della cassa è costituita dalla teca, le cui pareti in cristallo molato e curvato permettono di esaminare da ogni lato il movimento in essa contenuto, cui è dedicata la sezione tecnica di questo paragrafo. I pannelli anteriore e posteriore sono incernierati e si aprono a calatoia, permettendo l’accesso al movimento, a fini di ordinaria manutenzione. La teca poggia su piedi a cartoccio; è sormontata da una ricca cimasa ed i quattro spigoli sono arricchiti con decorazioni a ghirlanda, poggianti su piede ferino che racchiude tra gli artigli una sfera, quale citazione del più antico claw-and-ball, mentre nella parte superiore si sviluppano in minacciose protomi leonine e sono terminati da un’anforetta tornita, ciascuna a propria volta desinente in una pigna. Al di sotto della teca vera e propria, al fronte ed al retro, sono applicate due fregi pressoché identici, consistenti in rami di alloro, centrati ognuno da una coppia di medaglioni in bassorilievo, di cui quelli posteriori raffigurano un cavallo, mentre quelli anteposti recano due ritratti di personaggi legati alla storia dell’Astronomia.

Il fregio sul fronte è decorato con l’effigie di Galileo, dal celebre ritratto del Sustermans, mentre quello sul lato opposto mostra probabilmente un ritratto di Tolomeo, tratto da una celebre incisione del XVI secolo. Il supporto per la teca è un plinto parallelepipedo, ma con gli spigoli troncati a 45° ed un complesso sistema di modanature e cornici. Poggia su quattro basi in bronzo cesellato, centrate da tartarughe rese realisticamente. All’interno di questa parte del mobile sono celati i pesi che azionano il movimento, accessibili attraverso il pannello centrale anteriore, mediante un meccanismo segreto che permette lo scorrimento del pannello stesso e l’accesso al vano interno.

 

I pannelli centrali sono decorati a bassorilievo con insegne a valenza simbolica, entrambe riferite al mondo della Meccanica. Sul pannello anteriore figurano una ruota dentata, un compasso, un variatore di velocità da banco, il tutto coronato da un nastro. Sul pannello posteriore, sempre coronati da nastro, figurano un volano, una morsa, una chiave inglese, una squadra triangolare ed una squadra a due bracci. I quattro spigoli del plinto sono arricchiti da figure di arpie in altorilievo, sapientemente modellate. La qualità dell’esecuzione della parte lignea è ottima, sia per gli elementi scolpiti che per quelli intagliati ed il livello di finitura eccellente.

 

 

IL MOVIMENTO

L’orologio vero e proprio è alloggiato all’interno della teca in cristallo. Le dimensioni del movimento sono: cm 52 (altezza) x cm 50 (larghezza) x cm 27 (profondità). Si tratta di un piccolo orologio da torre con telaio realizzato a portale, con elementi verticali in bronzo e fasce orizzontali di raccordo in acciaio. Gli elementi di fissaggio sono viti a testa esagonale. La parte inferiore del telaio poggia su quattro sostegni, sempre in bronzo, a forma di semicerchio con l’apertura rivolta verso il basso: tali sostegni sono fissati a due basamenti in bronzo, rettangolari, riccamente decorati da fregi in bronzo brunito, raffiguranti ghirlande di fiori. Il tutto posa sulla base della teca, che è ricoperta da uno specchio per permettere all’osservatore di ammirare, per riflessione, i ruotismi del movimento anche dal basso. Le due strutture del portale sono distanziate e fissate tra loro da quattro colonnine in acciaio tornito, di elegante finitura. Un tamburo in metallo avvolge una fune d’acciaio che sostiene il peso, celato nella parte inferiore della pendola, che aziona il tutto. La ricarica avviene frontalmente, con manovella originale. Una seconda chiave, sempre originale, permette di regolare la posizione delle lancette poste sui quattro quadranti in sommità e collegate al movimento mediante quadratura. Un’altra trasmissione, mediante catena articolata Galle, collega il treno del tempo ad un modulo per suoneria posto all’interno della cassa, invisibile per l’osservatore. Lo scappamento è di tipo ad àncora di Graham, il regolatore è a pendolo corto, compensato, con sospensione a molla. Le ruote sono in bronzo, con assi in acciaio e pignoni ad ali. 

Il movimento presenta anteriormente in posizione centrale l’indicazione del giorno del mese e dell’anno corrente, con gli anni visibili in finestrella incisi su disco intercambiabile (l’attuale riporta gli anni dal 1955 al 1968), mentre due insolite ruote stellate, poste ai lati dell’indicatore centrale, sono dedicate al giorno della settimana ed al mese corrente. La lamina a scudo che ricopre questa parte porta la firma e la data: DOMENICO DE VITA -NAPOLI – 1891. 

Si noti che la complicazione è però solo parziale: infatti, mentre le indicazioni del giorno del mese e del giorno della settimana vengono modificate quotidianamente in modo automatico, collegate al funzionamento del treno del tempo, l’indicazione del mese corrente e quella dell’anno devono essere aggiornate manualmente, semplicemente agendo sugli elementi corrispondenti. Nell’elemento di sostegno alla teca sono celati il peso che aziona il movimento ed un modulo per la suoneria ad ore e mezze, ottenuto mediante adattamento di un tradizionale movimento di comtoise, aggiunto in epoca successiva per ottenere l’indicazione sonora del passaggio delle ore.

 

 

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