Piani in commesso fiorentino Opificio delle Pietre Dure – marmi intarsiati policromi Firenze

 

Tre raffinati piani di marmo bianco, con intarsi ornamentali di marmi policromi.
Firenze, secondo decennio dell’800

Misure dei piani:
Grande: 53 x 118 cm
2 Piccoli: 30 x 47 cm

Tre raffinati piani di marmo bianco, con intarsi ornamentali di marmi policromi. La tecnica esecutiva è quella tipica dell’intarsio marmoreo, tornato in auge nella Roma del XVI secolo, e che da allora ha goduto per secoli di vasta e ininterrotta fortuna, trovando a Firenze un centro di eccellenza.
La lastra marmorea è scalpellata per lo spessore di pochi centimetri, in modo da creare i vani, ovvero “casse” nel termine di laboratorio, dove alloggiare gli inserti di marmi policromi, fissati al supporto marmoreo con collanti naturali, formati solitamente da un misto di cera e colofonia. Il taglio delle sottili lastre marmoree da inserire nel piano è eseguito con un archetto ligneo sotteso da un filo metallico, e coadiuvato da una polvere abrasiva umidificata, con la quale l’artefice intride il filo a ogni passaggio. Si richiede per questo tipo di lavoro la non comune capacità di tagliare a mano libera la lastrina, secondo i profili articolati previsti dal modello, con l’unico ausilio di una sagoma di carta applicata al pezzo da tagliare. A taglio avvenuto, la sezione lapidea riceve un’ulteriore rifinitura lungo il perimetro, mediante una lima metallica e polvere abrasiva, in modo da garantire il perfetto incastro nelle cavità predisposte nella lastra di marmo. Operazione finale è la lucidatura dell’intera composizione, eseguita anche questa manualmente, con ripetuti passaggi di polveri abrasive commisurate alla diversa durezza delle pietre.
Nel caso dei nostri piani, è ammirevole anche il lavoro di scalpello che nella fascia di rigiro ha creato le sottili volute bianche, solidali con la lastra di supporto. Lo sfondo dell’ornato è formata da sezioni di marmo nero; le foglie che sbocciano dalle volute bianche sono di Diaspro tenero dell’Arno e Portasanta, mentre gli stilizzati fiori trilobati sono composti da Giallo di Siena, madreperla e Lapislazzulo. Per gli inserti rossi, due sono i materiali utilizzati: il Rosso di Francia, più chiaro e venato, impiegato anche per i due listelli che incorniciano il piano e il riquadro interno, e il pregiato Rosso antico, dalla tonalità intensa con rare vene scure, usato anche per le coppie di sferette che pendono dai nastri nel riquadro interno. Questo è centrato da una losanga a otto punte bicolori, di Bardiglio e di Broccatello di Spagna, da cui spuntano corolle di Broccatello su steli di Alberese dell’Arno, con foglie di Serpentino di Prato. Di Portasanta, scelto nel tipo con macchie che variano dal rosato al giallo, sono anche le corolle, centrate da Lapislazzuli, che formano il fregio romboidale, alternandosi con calici floreali di Giallo di Siena, con “occhielli” di Nero del Belgio. I nastri arricciati che completano la decorazione sono di marmo Cipollino apuano.
I tre piani, sia per il tipo di pietre tenere impiegate, ricorrenti nella tradizione storica degli intarsi realizzati a Firenze, che per il gusto degli ornati sono da riferire ad ambito fiorentino. A Firenze era attiva dal 1588 la prestigiosa manifattura fondata da Ferdinando I de’ Medici, che per secoli aveva detenuto il monopolio nei lavori sia di commesso che di intarsio, in prevalenza realizzati in pietre dure e riservati esclusivamente alla corte granducale. Nel 1792 il Granduca Ferdinando III di Asburgo Lorena aveva concesso alla manifattura di poter lavorare anche per committenze private, pur sempre illustri dato il costo di questi aulici lavori. Numerosi furono i patrizi fiorentini e aristocratici forestieri che si rivolsero per acquisti alla Galleria dei Lavori, come era all’epoca denominato l’attuale Opificio delle Pietre Dure.
Fu a partire dagli anni ’20 dell’Ottocento che fiorirono a Firenze laboratori privati di mosaico, in grado di offrire a una clientela meno altolocata creazioni eleganti ma non costose come quelle uscite dall’Opificio. Il successo fu tale che dopo la metà del secolo i laboratori di mosaico avevano raggiunto il ragguardevole numero di 11. Inizialmente furono fondati da artefici usciti dai ranghi della manifattura di corte, come Gaetano Bianchini che nel 1825 fu tra i primi ad avviare una fortunata bottega di mosaico fiorentino.
Tuttavia si ha notizia di almeno un laboratorio attivo a Firenze già durante il periodo napoleonico, come attesta un pregevole piano di gueridon appartenuto a Gioacchino Murat e oggi al Trianon di Versailles. Il tempietto classicheggiante, intarsiato al centro del piano circolare di marmo bianco, reca un’epigrafe che lo dice fatto a Firenze nel 1801, da Giovanni Andrei e Francesco Schianta. Quest’ultimo resta al momento un nome senza riscontri documentari, mentre Giovanni Andrei (1757?-1824) fu scultore di origine carrarese attivo a Firenze già nel 1793 per un pavimento policromo, non conservato, nella chiesa di Santa Maria Novella. Insegnò inoltre all’ Accademia di Belle Arti e godette di discreta fama, tanto da far parte dell’équipe di artisti italiani chiamati nel 1806 a lavorare al Campidoglio di Washington, da dove tornerà a Firenze dal 1812 al 1816, per ripartire poi definitivamente per l’America.
L’unica creazione a tutt’oggi nota del laboratorio Andrei-Schianta presenta soggetti neoclassici (tempietto, vasi, paesaggi egizi) in voga agli albori del XIX secolo, in parallelo con quelli che costituirono il repertorio dell’Opificio fino quasi al quarto decennio del secolo. I nostri piani invece, rappresentino o meno l’evoluzione del laboratorio fiorentino cui si è accennato, non hanno tangenze con le creazioni contemporanee dell’Opificio, mostrando piuttosto un autonomo orientamento che già sembra preludere alle successive inclinazioni storicistiche delle arti applicate. La valorizzazione del marmo bianco e la preferenza per accordi cromatici delicati ancora rispondono al gusto neoclassico, come pure il disegno delle volute da cui sbocciano fiori trilobi nella fascia di rigiro, ricorrente in affreschi e stucchi parietali del tempo, come quelli che bordano la Sala del Trono compiuta verso il 1818 nel Palazzo Ducale di Lucca. Ma al contempo il fondo di marmo nero si richiama a modelli “storici” dei mosaici fiorentini, che lo predilessero nel ‘600 e ‘700, come pure la presenza di inserti in madreperla, usata nei lavori più antichi di intarsio, quale l’altare della chiesa di Ognissanti, degli inizi del Seicento. Anche gli stilizzati decori floreali dell’altare, campiti su marmo bianco, sembrano trovare eco nei piani dei tre mobili, che nel vasto campionario di intarsi visibile a Firenze selezionano quelli, come le losanghe e i nastri nel sacello della S.S. Annunziata, più consoni al gusto decorativo in auge per tutto il primo quarto dell’Ottocento.

 

1-2 Una tabacchiera in pietre dure e il modello acquerellato, destinati ai primi dell’800 dall’Opificio alla committenza privata


3-4 Esempi di soggetti tipici dell’Opificio nel primo ventennio del
secolo XIX

5. Piano di gueridon con tempietto, vasi e paesaggi egizi.
Firenze, Laboratorio di Giovanni Andrei e Francesco Schianta, 1801.


6. Particolare dell’altare di Ognissanti a Firenze.
Manifattura granducale, 1601-1605

7. Lastra di rivestimento nel sacello della S.S. Annunziata a Firenze.
Manifattura granducale, secondo quarto del XVII secolo

Annamaria Giusti  Firenze 23.12.2018

Foto dettagliate dei nostri piani:

 

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