Pietro Piffetti: cassettone a ribalta

 

Pietro Piffetti (Torino, 17 agosto 1701 – Torino 20 maggio1777) fu il maggiore ebanista italiano del 700; anzi, secondo Gonzales-Palacios, curatore di mostre e musei di tutto il mondo, fu “uno dei più originali protagonisti del supremo arredamento dell’intero mondo occidentale”.

Mancano notizie certe sulla formazione giovanile dell’artista. Forse si potrebbe ipotizzare una sua bottega a Torino nei primi anni venti del secolo: una mazzarina datata 1727 riporta sul piano la firma del Piffetti, ma in un cassetto la paternità dell’opera è ascritta a Ludovico De Rossi, che da alcuni si ritiene possa essere stato uno dei suoi primi maestri. Nel 1730 è accertata la sua presenza a Roma, dove entra in contatto con l’ambiente degli artisti francesi; stringe amicizia con il pittore Van Loo e con Francesco Ladatte, scultore bronzista, che in seguito collaboreranno con lui a Torino. Conosce anche, e forse collabora, con Pierre Daneau, membro di una rinomata famiglia di ebanisti francesi. A Roma ha modo di conoscere ed assorbire la grande, sfaccettata ricchezza di stimoli, tradizioni e culture artistiche che nella città arrivano da ogni dove, e da grande artista le saprà riportare e tradurre in una cifra inconfondibile nella propria produzione. Nel novembre del 1730 Carlo Emanule III°, Re di Sardegna, lo chiama a Corte, e il 13 luglio 1731 Piffetti ottiene la patente regia di primo ebanista della Corte Sabauda, dove sarà attivo fino alla sua morte. Il “contagio” dell’esperienza romana si vede già in quelle ritenute tra le sue prime prove torinesi, i tavoli a consolle oggi conservati nel Victoria &Abert Museum di Londra, nel Museo Civico di Arte Antica di Torino, a Palazzo Turinetti sede di Intesa San Paolo sempre a Torino; nei loro piani è evidente la rielaborazione della tradizione seicentesca della tarsia lignea floreale alla fiamminga. Il suo lavoro a Torino, per la natura stessa dei suoi incarichi, si intreccia spesso negli anni con quello di altri ebanisti, scultori, bronzisti e lo pone in stretto contatto con gli architetti del Re; nel progetto di Filippo Juvarra per il Gabinetto per il Secreto maneggio degli affari di Stato l’architetto fissa la struttura e gli equilibri delle proporzioni della coppia di tavoli parietali (tuttora in loco), ma l’ebanista li sviluppa con sapienza nel dettaglio, creando (intorno al 1733) due opere di straordinaria ricchezza ornamentale, molto probabilmente in collaborazione col bronzista Ladatte.

Lavora anche in opere corali con carica di architetto di corte, realizza arredi fissi per interni, molto raffinati e delicati, che proprio per questo motivo non sempre si conserveranno nel tempo. Crea, per la Corte, grandi mobili d’apparato: giustamente famosi, e considerati fra i suoi capolavori, i due cassettoni con scansia (Palazzo del Quirinale e Fondazione Accorsi-Ometto di Torino), ricchi di tarsie in legni preziosi, minute decorazioni in avorio e madreperla, specchiature in tartaruga. La qualità delle sculture in bronzo dorato che li completano portano a individuare ancora nel Ladatte il probabile autore. A fare da contrappunto a questi mobili “importanti”, c’è una produzione di manufatti più leggeri: cofani, tavoli, tavolini, scrivanie, sgabelli, inginocchiatoi, cui si aggiunge una raffinata serie di eleganti piccoli oggetti, croci da tavola, calamai, scatole, portagioie,ventagli, arcolai, pedine per scacchiere, bastoni da passeggio, sputacchiere, leggii, basamenti per vasi, dove la raffinata arte rococò del Piffetti si dipana in intarsi delicati, e preziose marqueteries, illuminate dalla madreperla e arricchite da inserti preziosi. La sua produzione, come risulta anche dai documenti raccolti dallo studioso G. Ferraris, è intensa; sperimenta materiali e colori nuovi, usando rare e preziose essenze lignee che unisce a madreperla, tartaruga, bronzo, argento, avorio inciso e colorato, ambra e lapislazzuli, sempre alla ricerca di una più intensa luminosità e di effetti cromatici più ricchi. Nelle sue ultime opere tenta nuovi effetti, sperimentando le potenzialità delle venature del legno e a volte della radica di noce su ampie campiture impiallacciate. Oltre alle opere già citate ricordiamo quelle conservate presso il Museo Civico di Arte Antica di Torino, tra cui un interessante inginocchiatoio, il Paliotto per la chiesa di S. Filippo Neri a Torino oggi al MIAAO (Museo Internazionale delle Arti Applicate Oggi, Torino), i mobili esposti nel Museo Accorsi-Ometto di Torino, la scrivania firmata e datata al Museo Correr di Venezia, la “Biblioteca Piffetti”nata per la villa della Regina, a Torino, e trasferita al Quirinale (Roma) nel 1879, i tre Pregadio della Palazzina di Caccia di Stupinigi (To).
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