L’argento viene lavorato in Europa sin dall’antichità (sono stati trovati manufatti di epoca etrusca e romana) ma è solo dopo la scoperta delle Americhe che il prezioso metallo diventa disponibile sul mercato in grandi quantità. La sua lavorazione è possibile solo in lega con altri metalli “vili”, il rame in primis, che lo rende resistente e malleabile; la quantità di argento nella lega ne determina il “titolo”, che va in genere da 800 (valore minimo accettabile di argento puro) a 925, che indica una percentuale di argento del 92,5%. A garanzia degli acquirenti nel corso dei secoli si sono adottati dei marchi, i cosiddetti punzoni o bolli, per comprovarne la purezza (accertata nel nostro paese dall’assaggiatore), cui si sono andati via via affiancando i punzoni degli argentieri, un sistema che rende visibili i passaggi storici. L’Italia, diversamente dall’Inghilterra, presenta una situazione molto complessa. Infatti non solo presenta differenziazioni stilistiche da una regione all’altra, ma anche la normativa cambia da stato a stato, e la marchiatura é irregolare; una normativa puntuale sulla punzonatura si trova solo a partire dal XVII° secolo. Ai primi dell’Ottocento la diffusa presenza francese in Italia porta a una riorganizzazione in aree territoriali con uffici che controllano efficacemente il titolo del metallo, e, con la nascita del Regno d’Italia, prevale il sistema piemontese (nella regione il primo punzone risale al 1430, e il marchio dell’assaggiatore è obbligatorio dal 1687), che prevede la presenza di tre marchi: quello di bottega, della Corporazione e del titolo. Nel 1872 lo stato italiano liberalizza la fabbricazione e il commercio di oreficeria, rendendo facoltativo l’uso di marchi che attestino il valore del titolo. Verso la fine del secolo si può più facilmente rilevare il solo marchio (800, 900, 950), affiancato o meno dal marchio dell’argentiere, mentre la punzonatura resta facoltativa per tutti i titoli, e quindi gli argentieri italiani molto raramente sottopongono i loro lavori alla punzonatura ufficiale; inoltre non esiste alcuna uniformità nella forma del punzone del titolo dell’argento. Nel 1934 viene disposto l’uso di un marchio uniforme per l’identificazione dell’argentiere: fascio littorio, due lettere indicanti la provincia, e un altro punzone per il titolo dell’argento. Dopo la caduta del regime fascista si dispone nel 1944 l’eliminazione del fascio littorio (nell’immediato si continuano ad usare i marchi vecchi cancellando il fascio littorio), e diventano obbligatori il marchio dell’argentiere e quello del titolo. Infine nel 1968 si introducono i nuovi punzoni: un marchio di forma poligonale con il numero del fabbricante e la sigla della provincia (assegnato dall’ufficio metrico), a sinistra la stella della Repubblica Italiana, e in un marchio a parte con contorno ovale vengono inseriti i valori del titolo dell’argento, in genere 800, 835 (titolo delle famose 500 £) 925. Anche in Italia, come in tutta Europa, il possesso di argenteria è segno di ricchezza e potere, ed è inoltre un modo di tesaurizzare una risorsa immediatamente disponibile in caso di bisogno. Questo spiega la rarità di pezzi di argenteria civile antica, come i sontuosi manufatti medievali, spesso fusi per fare fronte a tempi difficili, mentre meno rari sono gli antichi manufatti di argenteria religiosa giunti a noi, conservati nei tesori delle chiese.

RINASCIMENTO E MANIERISMO

E’ nel Rinascimento che l’arte dell’argenteria (e dell’oreficeria), considerata una vera e propria arte al pari di pittura e scultura, raggiunge in Italia, e a Firenze in particolare, un livello di eccellenza, grazie ad artisti come Lorenzo Ghiberti, Andrea del Verrocchio, Antonio del Pollaiolo, Domenico Ghirlandaio, Benvenuto Cellini, che apprendono la tecnica di lavorazione da orafi e incisori, come Maso da Finiguerra, incisore fiorentino. Nelle case dei ricchi e degli aristocratici l’argento viene utilizzato nella vita quotidiana, soprattutto sulle mense: brocche e bacili (indispensabili in un’epoca in cui l’uso delle posate era poco conosciuto), piatti, saliere, coppe, vassoi, zuppiere di varie fogge e dimensioni, dall’aspetto sontuoso, ispirati alla semplicità e linearità delle forme classiche oppure quasi anticipatori del barocco con ghirlande, foglie di acanto e maschere, arricchiti con pietre preziose, dorature e smalti, compaiono sulle tavole dei ricchi, insieme a candelieri e centri tavola, veri e propri trionfi d’argento esposti in occasioni di feste ed eventi solenni. Anche nel XVI° secolo il centro di maggior spicco continua ad essere Firenze; lo stile rinascimentale cede al Manierismo, che predilige la complessità e l’invenzione di simbologie e di temi eruditi, forme esasperate e grottesche, oggetti riccamente decorati ed elaborati dove fa scuola il grande Benvenuto Cellini, autore di un trattato sulla lavorazione dell’argento, in cui tratta delle varie tecniche in uso (niello, incastonatura, incisione, cesello, sbalzo, dorature ecc).

BAROCCO E ROCOCO’

A partire dal Seicento i ruoli dell’orafo e dell’argentiere si differenziano, assumendo una fisionomia indipendente, senza che questo tolga importanza al ruolo degli argentieri. Essi sono anzi gli interpreti colti e raffinati del nuovo linguaggio artistico, il barocco, lo stile della magnificenza, che rinnova profondamente forme e decorazioni, in una ricerca crescente di ricchezza e monumentalità, accompagnata spesso a un’ispirazione fantastica, e dove predomina la linea curva, l’andamento sinuoso di ellissi e spirali. La produzione più cospicua è ancora quella fastosa d’apparato, sia per le opere sacre (soprattutto a Roma) che per quelle destinate alle ricche famiglie. L’arte argentiera trova ormai magistrali interpreti un po’ ovunque nel nostro paese, come per esempio nelle opere di Fantino Taglietti e Carlo Spagna, attivi soprattutto a Roma, o Angelo Scarabello e Sante Benato a Padova. Acquista particolare rilievo in Piemonte, tanto che Vittorio Amedeo III° di Savoia nel 1775 istituisce all’interno di Palazzo Reale la celebre Orfèvrerie Royale, con il fine di sovrintendere alla creazione e alla cura delle argenterie conservate nelle residenze sabaude; famosi artisti attivi alla corte sono i fratelli Ravizza, Paolo Antonio Paroletto e Andrea Boucheron (poi alla corte francese). Siamo ormai alle soglie del Rococò, che pur prendendo le distanze dalle decorazioni a volte eccessive del barocco, ne continua la ricerca di ritmi dinamici in chiave raffinata e a volte leziosa.  l’argento si piega sotto la mano dell’argentiere, in forme che evocano il movimento puro, e spesso gli oggetti sono ornati da con figurine di animali, amorini, fiori e frutti. La tavola resta luogo principe del trionfo degli argenti: quasi assenti ormai i bacili lavamani (grazie all’uso sempre più diffuso delle posate), troviamo candelieri, brocche, calici, posate, saliere, zuccheriere, zuppiere, scodelle da zuppa, vassoi, tutti decorati con straordinaria ricchezza, virtuosismo e fantasia; meno comuni, ma sempre più diffuse soprattutto nel settecento, sono le caffettiere, le teiere, e le cioccolatiere; infine le raffinatissime tabacchiere e le tazze da puerpera (paiole), donate alle donne in occasione del parto. L’argenteria borghese è naturalmente molto più semplice, adeguata all’uso quotidiano, e sarà riprodotta con poche variazioni fino all’ottocento.

OTTOCENTO – NOVECENTO

Verso la fine del Settecento in reazione al Rococò si afferma la corrente Neoclassica, che predilige linee sobrie, diritte, composte e leggere, e di cui furono precursori a Roma Valadier e Belli. La scoperta delle città di Ercolano e Pompei, che riporta in luce suppellettili e arredi romani, fornisce modelli per i nuovi tipi decorativi: motivi geometrici, tralci stilizzati di acanto e di vite, figure mitologiche cui si affiancano le decorazioni dello stile impero (corrente del neoclassicismo), ispirate all’Egitto delle campagne napoleoniche: palmette, sfingi, motivi a piramide, ecc, in un rifiorire di creatività e raffinatezza. All’inizio dell’Ottocento si rinnova anche la produzione; si incominciano a produrre servizi da tè in cui tutti i pezzi (teiera, bricco per il latte, contenitore per l’acqua calda, zuccheriera, ciotola per i resti del tè, tazze e cucchiaini) sono coordinati ed eseguiti secondo uno stesso modello, vengono creati nuovi tipi di posate per usi diversi, come le palette per i dolci, o i primi servizi di posate da pesce, che compaiono sul finire del secolo. Altri oggetti usuali nella produzione ottocentesca sono i portasigari, i portasigarette, i porta-bigliettii servizi per scrittoio. Il neoclassicismo dei primi decenni dell’ottocento lascia il posto a uno stile eclettico che recupera i vari stili ibridandoli (neogotico, neo-medievale, neo-rinascimentale, ecc.), con esiti spesso di grande virtuosismo. L’affermazione di una ricca borghesia, efficiente ed industriosa, apporta notevoli cambiamenti. L’accresciuta richiesta di oggetti in argento (ogni famiglia che gode di un certo benessere deve possedere un proprio “guardaroba” di argenterie) unita all’avvento della rivoluzione industriale, porta ad un considerevole aumento della produzione argentiera, pur lasciando alla manualità e alla bravura dell’argentiere una parte della produzione, soprattutto nei pezzi più pregiati. Nel 1900, grazie anche all’influsso del movimento artistico inglese Art and Craft, si ricercano forme più razionali e semplici, che poi si arricchiscono di volute e motivi naturalistici dando vita allo stile chiamato Art nouveau, noto in Italia come Liberty, cui farà seguito il periodo Déco; i produttori più noti di quell’epoca in Italia sono Buccellati, Bulgari e Cusi. Nel secondo dopoguerra molti designers si accostano con interesse all’argento, attratti dalle sue caratteristiche di lavorazione e dal suo straordinario colore, progettando opere che vengono tuttora realizzate dai migliori laboratori d’argenteria. (mb49)

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