Il nome generico di giada indica due minerali distinti: la giada cinese o nefritica, per lo più proveniente dalla regione dello Xinjiang, e la giadeite, importata dalla Birmania in Cina a partire dal 1700. La giada cinese (zhen yu, vera giada) varia dal verde smeraldo al bianco (quest’ultima detta grasso di montone per il suo aspetto), i due colori più apprezzati soprattutto se puri e senza macchie, passando attraverso tutte le possibili sfumature; è più morbida, traslucida, fredda e setosa al tatto, caratterizzata da una eccezionale sonorità, al punto che nell’antichità se ne usavano le lastre come campane.

La giadeite invece è diversa per composizione chimica, più dura, luminosa e trasparente, dalla lucentezza vetrosa e dall’aspetto meno oleoso, molto apprezzata nei toni verde mela e verde smeraldo, ma presente in natura in una grande varietà di colori (bianco, marrone, grigio, giallo, nero, rosa, viola). E’ la giada oggi utilizzata normalmente in gioielleria, più rara della nefrite, ed è presente in giacimenti di altissima qualità in Birmania (Myanmar) e, sebbene in filoni di qualità inferiore, in Guatemala (una varietà di pietra dalle magnifiche sfumature blu), in Russia, Stati Uniti, Giappone, Italia (Monviso). 

La giada in Cina

In Cina la giada, pietra nobile per eccellenza, oggetto nei secoli di un vero e proprio culto, ha una tradizione millenaria, come testimoniano gli oggetti appartenenti alla cultura di Hongshan (4700 -2900 a.C), conosciuta proprio per il suo artigianato in giada, i cui soggetti principali sono di ispirazione animale. Gli oggetti più classici di tutta la glittica cinese, che hanno mantenuto nel tempo la loro forma identica di base, sono il Bi (o Pi), un disco a largo foro centrale, e il Cong, un parallelepipedo con un incavo circolare all’interno, usati a scopo cerimoniale; dal 2° millenio compaiono  i diffusissimi sigilli personali, placchette lisce o incise con fori per appenderle ai vestiti; ciotole e vasi di giada sono presenti invece  più tardi, data la grande difficoltà della loro lavorazione. Difficilissima infatti da lavorare per la sua durezza, la giada richiedeva pazienza e abilità, e ogni famiglia di intagliatori custodiva gelosamente il segreto dell’unguento grasso e della fine polvere abrasiva incorporata con cui si spalmava la pietra per poi lavorarla. Utilizzata inizialmente per costruire rudimentali utensili, diventa presto prezioso oggetto rituale; durante la dinastia Shang (1765-1122 a.C.) assurge a simbolo di nobiltà e di rango, ed è presente in grande quantità e in svariate forme nelle tombe dei nobili (pesci, cicale, gufi, cervidi a corna ramificate e serpenti sotto forma di bottoni, fibbie da cintura, bracciali ed accessori per vestiti e capelli). Nell’epoca Zhou (1122-221 a.C.) la lavorazione della giada raggiunge il massimo splendore, soprattutto nel periodo degli Stati Combattenti (482-221 a.C.), grazie a una nuova tecnica di utilizzo di utensili a punta di corindone: si realizzano preziosi gioielli, ricchi ornamenti e raffinati oggetti (sigilli, cinture, fibbie, braccialetti, cannelli da pipa, cornici, piccoli animali), finemente incisi e per la prima volta intagliati a giorno con un’arte ed una maestria che rimarranno insuperati. La dinastia Han (221 a.C.-220 d.C.) continua nella scia dell’epoca precedente, mentre durante le Sei Dinastie (265-589) viene sapientemente scolpita nelle molteplici forme del regno animale e vegetale grazie alle suggestioni della cultura e della filosofia dell’epoca. Nella ricca società di epoca Tang  (618-907) l’uso della giada si estende a tutti i settori della vita; durante la prospera dinastia Song (960-1279) prevale una tendenza arcaicizzante che si manifesta nella collezione e nella riproduzione di antichi oggetti di giada dai classici motivi; sotto la dinastia Ming (1368-1644) si afferma uno stile naturalistico, che si traduce in statue di animali di grande vivacità e  naturalismo espressivo. L’ultima dinastia (Qing, 1644-1911) dà grande impulso all’arte della giada, soprattutto con l’imperatore Qianlong (1736-1795), conoscitore finissimo e collezionista eccezionale. Dal 1730 circa arriva copiosa in Cina la giadeite birmana, molto apprezzata specie nella varietà verde vivido (nota come giada fei cui o fei tsui, in Europa verde smeraldo). Una lavorazione estremamente raffinata, elegante e leggera, a volte al limite del virtuosismo, caratterizza questo periodo: aggraziate  figure femminili, spesso rappresentate in gruppo, si aggiungono al tema sempre amato degli animali; l’uso  del tabacco da fiuto crea le snuff bottles, squisite bottigliette solitamente ovali, in giada o con il tappo di giada; sul vestito o sul berretto si usa sempre almeno un bottone di giada, e i più ricchi portano fibbie e ornamenti per capelli  finemente intarsiati; in giada sono anche i cilindri porta-pennelli, il loro piattino d’appoggio, il recipiente per l’acqua, i piccoli paraventi da tavolo per ridurre la luce. Con il XIX secolo inizia la decadenza, l’arte si fa manierata, stereotipata; infine con l’avvento della Repubblica (1911) e l’arrivo in Cina delle moderne mole, cambia completamente l’antica arte della giada, che diventa mero artigianato. L’alto potere abrasivo delle mole meccaniche origina infatti tagli netti e duri, impensabili con l’antico procedimento, così come la lucidatura con dischi a rotazione veloce toglie alla superficie il suggestivo aspetto oleoso e setoso, rendendola più fredda e brillante.  

La giada in Europa

La giada arriva in Europa probabilmente alla fine del 1500 attraverso il possedimento portoghese di Macao. L’attenzione dei primi collezionisti va soprattutto ad alcuni manufatti del periodo Qing (1644-1911), con una certa predilezione per quelle opere di grande virtuosismo e piuttosto stereotipate che il raffinato imperatore Qian Long non apprezzava affatto. Solo alla fine del XIX° secolo la gioielleria europea scopre e valorizza la giadeite verde smeraldo, o imperiale, che lavora nel raffinato stile Art Déco, associandola spesso all’onice, ai brillanti, allo smalto nero, in forte effetto cromatico. Agli inizi del 1900 è Peter Carl Fabergé, nel suo atelier di San Pietroburgo, a lavorare la giadeite degli Urali e la nefrite dell’Ussuri per produrre le sue famose uova e i lussuosi gioielli per lo Zar Alessandro III°; mentre a Parigi, a partire dagli anni venti,  Louis Cartier, il grande gioielliere, colpito e ispirato dalla purezza e dalla raffinatissima eleganza delle antiche giade, crea gioielli e accessori, spille e bracciali, orologi, nécessaires e portasigarette, incorporando antiche delicate giade in sobri disegni, riducendo al minimo il proprio intervento per esaltare lo spirito della tradizione cinese. Gli oggetti in giada sono attualmente tra i più ambiti dai collezionisti di arte cinese; il loro valore dipende dalla qualità della pietra, dalla raffinatezza della lavorazione e dal periodo storico a cui risalgono.  Molto ricercata è la giada dell’epoca di Qianlong, soprattutto i capolavori scolpiti nella giada di tonalità bianca e priva di imperfezioni, caratterizzati dalla minuzia del dettaglio scultoreo e dalla grazia delle composizioni: per questi meravigliosi manufatti spesso nelle aste si sono verificate acquisizioni milionarie. (mb49)

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