Presepe napoletano con teca lastronata epoca 700

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Misure: 56 x 26 cm  – altezza 95 cm

La prima menzione di un presepe a Napoli compare in un atto notarile del 1021, che cita la chiesa di Santa Maria “ad praesepe”: la tradizione del presepe napoletano sembrerebbe dunque addirittura anteriore  alla famosa rappresentazione della Natività realizzata nel Natale del 1223  da San Francesco d’Assisi a Greccio. Al 1475 risale una Natività in marmo, di Antonio Rossellino, conservata nella cappella Piccolomini della chiesa napoletana di Sant’Anna dei Lombardi; nel 1478-84, Pietro e Giovanni Alemanno realizzano un grandioso presepe nella sagrestia di S. Giovanni a Carbonara, con figure monumentali in legno dipinto di cui 19  ancora conservate nel Museo di San Martino. Pure in legno è il presepe di S. Domenico Maggiore, scolpito da Pietro Belverte prima del 1513, e quello di S. Maria del Parto, compiuto da Giovanni da Nola prima del 1526. E’ nel  1500 infatti che nascono i primi veri scultori di figure, i “figurarum sculptores”,  che realizzano rappresentazioni della Natività per chiese e conventi, scolpendo in genere statue lignee policrome a grandezza naturale, raffigurate  in atteggiamenti ieratici davanti ad un fondale dipinto. Intorno agli anni trenta del secolo le cose vanno cambiando: il presepe moderno nasce, secondo la tradizione,  per opera di San Gaetano da Thiene, che nel 1530 realizza nello scomparso oratorio di Santa Maria della Stelletta, presso l’Ospedale degli Incurabili, un presepe con figure abbigliate secondo la foggia del tempo. Sempre nel 1500 il paesaggio in rilievo sostituisce via via il fondale dipinto, e al bue e all’asinello si aggiungono altri animali; contemporaneamente le dimensioni delle figure si riducono fino ad arrivare a 70 cm.

Nel 1600 il presepe si apre alla  rappresentazione della realtà quotidiana: accanto alla struttura del presepe classico (la grotta in primo piano affiancata da pastori in adorazione ed Angeli,  il Sacro Monte con altri pastori accompagnati da greggi ed Angeli annuncianti la buona novella, ed in lontananza il corteo dei Re Magi, il tutto poggiante sullo scoglio, sorta di sperone roccioso, generalmente di sughero) compaiono i personaggi del popolo,  le taverne e le botteghe con scene sempre più ricche  e particolareggiate. Secondo un’iconografia già ben radicata in pittura, si aggiungono resti di templi greci e romani, a simboleggiare  il trionfo del cristianesimo. Artista molto noto all’epoca  è Michele Perrone, cui si attribuisce  l’idea innovativa di sostituire il corpo in legno delle statue  con fil di ferro e stoppa, permettendo così alle figure di torcersi e piegarsi, creando una sensazione di movimento. Uno dei più famosi presepi del secolo è quello commissionato nel 1627 dai Padri Scolopi  per la chiesa della Duchesca, con figure articolate  rivestite di stoffa; nell’allestimento si prende in considerazione anche la prospettiva, giocando sulle dimensioni dei pastori sempre più piccoli man mano che ci si allontana a dal primo piano, e si creano  giochi di luce posizionando sapientemente le figure in prossimità di finestre o illuminandole con lanterne e candele nascoste. Verso la fine del secolo si incominciano  a modellare le teste in terracotta, con occhi in pasta vitrea e parrucche, e con il passaggio delle figure alla dimensione “terzina” (33 cm circa) si entra nel 1700,  il secolo d’oro del presepe napoletano, dove  convivono tipologie diverse di statuine,  fisse o snodabili, con un incavo per alloggiarvi la testa. Ben definita è ormai la  sequenza narrativa: la Nascita nella grotta-stalla, l’Annuncio, dove l’angelo in un alone luminoso diffonde la Novella tra i pastori addormentati e le greggi, e la Taverna, con gli avventori che banchettano all’aperto, così come sono definite le 72 figure fondamentali, ricche di valori simbolici. Ormai non sono più solo le chiese ad accogliere i presepi; anche i privati, soprattutto i nobili, ne allestiscono di sontuosi, così grandi e complessi da articolarsi in più stanze. Lo stesso Re Carlo III° di Borbone (in carica dal 1734 al 1759)  promuove l’arte presepiale, dedicandosi all’allestimento  del presepe di corte, commissionando pastori, animali, fondali e minuterie. L’aristocrazia segue l’esempio del re, gareggiando  nell’allestire impianti scenografici giganteschi e spettacolari, in cui il gruppo della Sacra Famiglia è quasi oscurato  da scene profane che riproducono ambienti, situazioni e costumi della Napoli popolare dell’epoca. Si spendono cifre enormi per assicurarsi i “pastori” più belli e la collaborazione degli artisti più rinomati; le statue, sono  vestite con tessuti di pregio e i personaggi di rilievo agghindati con gioielli d’oro, perle e pietre preziose; sono chiamati argentieri e gioiellieri famosi. a realizzare le armi, gli strumenti musicali, i vasi preziosi e gli altri minuti ornamenti dei personaggi.  Spesso, per tenere il passo delle richieste, si sostituiscono le statuine interamente scolpite con figurine in terracotta facilmente riproducibili attraverso gli stampi; così lavora per esempio Lorenzo Mosca, famoso figurinaio, che modella numerosi pastori (come sono chiamate tutte le figure) riproducendo soprattutto intere famiglie con costumi delle diverse aree geografiche del Regno Meridionale: Torre del Greco, Procida, Abruzzo, Calabria.  A causa del gran numero di commesse, ricorre  ai “calchi”, forme di gesso con cui riproduce le statuine che poi rifinisce con cura. All’arte del presepe si dedicano con passione anche  architetti famosi come Maurizio  Nauclerio e Niccolò Tagliacozzi Canale, scultori celebri quali Giuseppe Sammartino (famosissimo per il meraviglioso Cristo Velato della cappella San Severo), Angelo Viva, Domenico Antonio Vaccaro, i Bottigliero padre e figlio, Nicola e Saverio Vassallo, pittori come Francesco Celebrano (direttore artistico della Real Fabbrica di Capodimonte), Michele Pagano, Nicola Maria Rossi, scenografi come Vincenzo Re. Si sperimentano anche nuovi materiali: bellissimi e famosi i presepi in cera di Caterina De Julianis, uno dei quali è conservato al  Bayerisches Nationalmuseum di Monaco di Baviera. Molte le prestigiose collezioni private, come quella del principe Emanuele Pinto o quella del principe di Ischitella, composta da presepi realizzati in molti materiali diversi; ma il presepe settecentesco del tipo definito colto più celebre a Napoli è il presepe Cuciniello di San Martino, costituito da statuine raccolte nel corso di una vita dal collezionista e poi donate al Museo a condizione  che  fosse lui stesso ad allestire la suggestiva  scenografia per la collocazione dei pastori. Altri celebre  presepi sono quello della Reggia  di Caserta, di elevata qualità manifatturiera, con circa 400 statuine, e il cosiddetto Presepe del Re,  conservato a Palazzo Reale, una delle più ricche e suggestive raccolte d’arte presepiale del ‘700 napoletano, che comprende 210 figurine di ‘pastori’ e 144 accessori vari che provengono da presepi smontati e in larga parte venduti o dispersi agli inizi dell’Ottocento. Nel XIX°secolo c’è una ripresa dell’aspetto sacrale, e le statuine sono realizzate per lo più in terracotta, spesso riprodotte in serie, anche in dimensioni minime (le moschelle, alte 4 centimetri), ma la seconda metà del secolo vede il tramonto dell’interesse per il presepe e e la sua arte. Inizia lo smembramento di molte collezioni sia ecclesiastiche che private  che continua per quasi tutto il novecento; solo alla fine degli anni ’70 c’è una rinascita della cultura presepiale, si riscoprono i pastorari di San Gregorio Armeno, che pian piano ricominciano a produrre le tanto famose statuine.

 

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