
Misure: 78 x 50 cm – altezza 138 cm
Un capolavoro assoluto di ebanisteria ai massimi livelli, firmato Pietro Piffetti, considerato al pari di pochi altri artisti francesi tra i migliori ebanisti al mondo, con una committenza quasi esclusivamente reale, riservata ai Savoia. Gli inginocchiatoi, o “pregadio” come venivano chiamati all’epoca, erano tra gli arredi più intimi e preziosi delle residenze sabaude, pensati per la devozione privata delle regine e destinati alle loro stanze più riservate.
Questo esemplare è strettamente confrontabile con il celebre inginocchiatoio realizzato da Piffetti tra il 1749 e il 1751 per Palazzo Reale di Torino, oggi conservato al Museo Civico di Arte Antica di Palazzo Madama, e per certi versi lo supera in ricchezza esecutiva: più elaborato il paesaggio dietro il crocifisso, più fitte le modanature dei fianchetti, con fiori in alto rilievo in avorio e madreperla e nervature sulla coppa del vaso che escono letteralmente dal piano, trasformando la tarsia in un rilievo quasi scultoreo. È lo stesso vocabolario decorativo che Piffetti riservava alle sue opere più importanti: superfici dove il legno pregiato dialoga con avorio, madreperla e tartaruga in un gioco di contrasti cromatici che nessun altro ebanista dell’epoca seppe eguagliare, e che rendono ogni suo pezzo, ancora oggi, immediatamente riconoscibile.
Una scansione a 360° in altissima risoluzione permette di ruotarlo, ingrandirlo e osservarne ogni dettaglio, schienali e interni compresi, oltre ad aprire virtualmente cassetto e sportelli.

La provenienza
La storia di questo mobile merita di essere raccontata, perché è anche la storia di un capolavoro nato per una regina che ha attraversato due secoli senza mai perdere la propria dignità.
Documentato nelle raccolte di Palazzo Reale dalla seconda metà del Settecento, l’inginocchiatoio accompagna, generazione dopo generazione, le regine della casa sabauda, fino a Margherita di Savoia, moglie di Umberto I: un secolo e mezzo trascorso nelle stanze più intime delle sovrane sabaude, quelle riservate alla devozione privata.
Fu proprio Margherita, in punto di testamento, a lasciare il mobile alla propria dama di compagnia, un gesto che lo fa uscire per la prima volta dal patrimonio di Casa Reale. Nel 1950 il figlio della dama lo vende per 7.500.000 lire, una cifra che a Torino bastava per acquistare un intero immobile cielo-terra in centro città, all’antiquario Pietro Accorsi, forse il più grande al mondo in quel momento storico. Nella sua celebre galleria l’inginocchiatoio resta per oltre quarant’anni.
Nel 1994 lo acquista da Accorsi, per 450 milioni di lire, Marco Datrino, che proprio in quell’anno cura la storica mostra sui cimeli del Cremlino, mai usciti prima dal territorio russo, una delle esposizioni private più importanti mai realizzate nel Novecento italiano. Alla scomparsa dell’amico Datrino, sono stati i suoi eredi a cedere infine quest’opera d’arte incredibile alla Galleria Gabriele Gogna, che oggi ha l’onore di conservarla e di raccontarne, ancora una volta, la storia.
Pietro Piffetti
Pietro Piffetti (Torino, 17 agosto 1701 – Torino, 20 maggio 1777) fu il maggiore ebanista italiano del Settecento; secondo Gonzales-Palacios, curatore di mostre e musei in tutto il mondo, fu “uno dei più originali protagonisti del supremo arredamento dell’intero mondo occidentale”.
Mancano notizie certe sulla sua formazione giovanile. Nel 1730 è documentata la sua presenza a Roma, dove entra in contatto con l’ambiente degli artisti francesi, stringendo amicizia con il pittore Van Loo e con lo scultore bronzista Francesco Ladatte, che in seguito collaboreranno con lui a Torino. A Roma assorbe la ricchezza di stimoli e culture artistiche che arrivano da ogni parte del mondo, e da grande artista saprà tradurla in una cifra inconfondibile nella propria produzione.
Nel novembre del 1730 Carlo Emanuele III, Re di Sardegna, lo chiama a corte, e il 13 luglio 1731 Piffetti ottiene la patente regia di primo ebanista della Corte Sabauda, incarico che manterrà fino alla morte.
Lavora anche con la carica di architetto di corte, realizzando arredi fissi per interni e grandi mobili d’apparato, come i due celebri cassettoni con scansia (Palazzo del Quirinale e Fondazione Accorsi-Ometto di Torino). Accanto a questi, una produzione più leggera fatta di cofani, scrivanie, sgabelli e inginocchiatoi, dove l’arte rococò di Piffetti si dipana in intarsi delicati, unendo rare essenze lignee a madreperla, tartaruga, bronzo, argento, avorio inciso e colorato, ambra e lapislazzuli, sempre alla ricerca di maggiore luminosità e di effetti cromatici più ricchi.















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