Scultura ceramica Lenci Giovanni Grande 1929 la mucca il bacio

La scultura “La Mucca” di Giovanni Grande, creata nel 1929 per il marchio Lenci, è un esempio significativo dell’artigianato e della creatività italiana degli anni ‘20. Questo pezzo in terracotta smaltata raffigura una coppia di contadini in un tenero abbraccio, appoggiati a una mucca, simbolo della vita rurale e dell’economia agricola del periodo. Sulla base ovale della scultura, sono presenti un coniglio e un contenitore per il latte, elementi che arricchiscono la scena con dettagli della vita quotidiana dei contadini.

La scultura è dipinta con una tecnica policroma, che utilizza vari colori per dare vivacità e realismo ai soggetti. Il marchio Lenci, conosciuto per le sue ceramiche e bambole artistiche, era celebre per la qualità delle sue creazioni e per l’abilità di combinare tradizione e innovazione. L’opera di Giovanni Grande si distingue per la sua raffinata esecuzione e per l’attenzione ai dettagli, celebrando le radici contadine italiane e la bellezza della semplicità rurale.

La scultura è firmata sulla base e riporta il marchio “Lenci Made in Italy”, che ne garantisce l’autenticità e l’alta qualità artigianale. Oggi, “La Mucca” è apprezzata non solo per il suo valore estetico, ma anche come testimonianza culturale di un’epoca profondamente legata alla terra e alle tradizioni.

Misure: 39 x 30 cm  – altezza 30 cm
(04249058)

Giovanni Battista Grande  (Torino, 1887 – 1937) Pittore, ceramista, grafico, uno degli artisti che più hanno segnato lo stile Lenci. Studia all’Accademia Albertina di Torino con maestri del calibro di Andrea Marchisio e Giacomo Grosso; lavora  nel frattempo come decoratore, sviluppando una solida esperienza nel campo delle arti applicate. Dopo alcuni anni a Milano, dove si sperimenta come grafico pubblicitario e si avvicina alle nuove correnti artistiche, in particolare al futurismo, rientra a Torino per dedicarsi alla pittura, creando opere piene di vitalità e di una speciale luminosità, molto originali e moderne. Dal 1928 può coniugare la pittura e la sua passione per l’arte applicata lavorando alla manifattura Lenci, insieme alla moglie Ines Panchieri, anche lei artista di talento. Nella  collaborazione con Lenci Grande sperimenta nuove tecniche artistiche, creando modelli che spaziano dal mondo contadino alla vita quotidiana, dai soggetti religiosi a quelli mitologici (La sete, Gli sposi, La merenda, Fuga in Egitto, Castore, Antiope, Flauto magico, San Cristoforo) mentre la moglie predilige i temi pastorali. Nelle sculture dai profili arrotondati e dalla solida impostazione si legge l’influsso di  Carlo Carrà, Arturo Martini e Fausto Melotti. Nella sua breve carriera Grande ha un intenso percorso espositivo: partecipa alle Biennali di Brera nel 1914 e nel 1916, espone alla Quadriennale Nazionale di Torino nel 1923, alla Biennale di Venezia del 1926 e all’Esposizione universale di Barcellona nel 1929. Suoi manifesti sono conservati presso il Museo Nazionale del Cinema di Torino, e suoi dipinti si trovano alla GAM di Firenze e nelle collezioni della Fondazione Cariplo.

 

pubblicità del 1929 fatta a Londra per questo modello

Nel 1919 Elena König e il marito Enrico Scavini fondano a Torino una ditta specializzata nella produzione di giocattoli in legno, articoli di moda, capi di vestiario, decorazioni per l’arredamento con marchio Ars Lenci (acronimo di “Ludus est nobis constanter industria”) depositato a Torino il 23 aprile 1919, e diventato ben presto famoso in tutto il mondo con le sue bambole in panno le cui falde di feltro pressate a vapore in stampi metallici prendono il nome di “panno Lenci“. La svolta avviene nel 1927, e nasce dal desiderio di Elena König Scalvini  di tradurre in ceramica le famose bambole di panno, seguendo l’esempio delle porcellane danesi figurate e le ceramiche viennesi delle Wiener Werkstaette. Nascono così le sculture Lenci, con un linguaggio moderno perfettamente funzionale a una produzione di statuette d’arredo rassicuranti e piacevoli, di immediato successo critico e commerciale, capaci di rispondere alle esigenze di un pubblico borghese in cerca di oggetti eleganti e altamente decorativi, facilmente collocabili all’interno dei salotti e delle camere da letto. Dalla serie di nudi femminili e statuine vestite con abiti alla moda che rappresentano il prototipo dell’adolescente e della donna contemporanea, sportiva e smaliziata, a soluzioni più audaci e innovative, pubblicizzate sulle principali riviste italiane, esportate in tutto il mondo grazie ad una fitta rete di negozi ed esposte in occasione di diverse manifestazioni. La produzione Lenci si caratterizza per la raffinatezza tecnica e l’eccezionale qualità pittorica della decorazione che nulla ha in comune con il modellato ruvido e i colori violenti del repertorio viennese. Le sculture Lenci diventano status symbol della borghesia anni ’20 e ’30, in alternativa al freddo e aristocratico Déco internazionale. Figure di donne emancipate sedute al caffè o intente a leggere, ma anche di scene di vita popolare e agreste. Il fascismo influenza la produzione e, a inizio anni ’30, appaiono sculture come “L’abissina”, ragazza che gioca col fucile di un soldato italiano, esplicito riferimento al colonialismo, o “La giovane italiana”, in divisa, sull’attenti”. Il suo punto di forza fu di poter contare tra i suoi collaboratori alcuni artisti, da Giovanni Grande con i suoi soggetti popolari e mitologici, alle fantasie giocose e ironiche di Mario Sturani, alle “signorine grandi firme” di Sandro Vacchetti (che fu anche direttore artistico), a Felice Tosalli con le sculture di animali, a Giulio Da Milano con le raffinate damine e le maschere, Clelia Bertetti, Ines Panchieri, Giovanni Riva, fino a Gigi Chessa, con i nudi di gusto arcaico dalle superfici ruvide colori decisi, impasti spessi e corposi totalmente diversi dai lavori morbidi e levigati dei suoi colleghi. Il successo è immediato. Arrivano ordini da tutto il mondo, i dipendenti salgono a 600, s’inaugurarono vetrine a Londra, New York e Parigi. Lenci diventa un’impresa industriale ma con un tocco di artigianalità in grado di rendere uniche le proprie manifatture. Purtroppo la crisi del ’29 ne rallenta la corsa: la ditta continua la produzione fino al 1937, poi a causa di problemi finanziari viene ceduta al torinese Beppe Garella che con lo stesso marchio continua la produzione senza più raggiungere i risultati stilistici degli anni precedenti. Unica eccezione la produzione dei primi anni cinquanta quando, grazie alla creatività di Mario Sturani, escono alcuni modelli di notevole qualità artistica. L’azienda chiude nel 1964.

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